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Trump blocca il diesel: così l’Europa paga il conto della roulette americana

Si prevede uno scenario catastrofico anche a causa del problema del debito, i cui interessi crescono sostenuti dalla vendita dei titoli sui mercati
Trump blocca il diesel: così l’Europa paga il conto della roulette americana
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Ci hanno venduto l’America come fornitore affidabile. Serio. Amico. Poi è bastata una frase, pronunciata da Donald Trump martedì a New York, tra un caffè e l’altro all’Assemblea generale dell’Onu: il diesel non si manda più fuori. Tanto è bastato. Mercoledì mattina, a Londra, i future europei sul gasolio sono volati del 7%, a 1.528 dollari la tonnellata, oltre 200 dollari al barile.

Ce lo possiamo permettere? Ad agosto l’Europa ha importato dagli Stati Uniti 506mila barili di diesel al giorno, secondo Kpler. Washington controlla circa 1,5 degli 8 milioni di barili di gasolio che ogni giorno viaggiano per mare: un quinto del mercato mondiale. Le raffinerie texane quest’anno hanno fatto i soldi a palate vendendo a noi e all’America Latina. Ad aprile la Casa Bianca si autoproclamava “ancora di salvezza” energetica del mondo, nel pieno della crisi scatenata dalla guerra con l’Iran. Cinque mesi dopo, l’ancora si è rivelata per quello che era: un peso legato alla nostra caviglia.

Il motivo? Negli Stati Uniti il diesel ha raggiunto il prezzo più alto di sempre, il 77% in più rispetto a un anno fa. Gli agricoltori del Midwest sono inferociti, e il senatore repubblicano Chuck Grassley ha chiesto di bloccare le esportazioni, trascinandosi dietro i colleghi degli Stati agricoli. Qualcuno dice che è solo una sparata, il segretario all’Energia Chris Wright ha già corretto il capo, spiegando che un divieto totale sarebbe uno strumento troppo rozzo. Nel frattempo, però, Politico racconta di un piano per bloccare l’export per 90 giorni e i titoli delle raffinerie americane crollano, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent conferma che si sta studiando se il divieto, totale o parziale, sia praticabile.

Il presidente dice una cosa, il ministro dell’Energia il contrario, quello del Tesoro una terza. Non è una politica energetica. È una roulette.

Gli esperti parlano di scenario “catastrofico” e vedono i prezzi globali a 350 dollari al barile. L’Europa dovrebbe strappare i carichi all’America Latina a colpi di rilanci, in un’asta tra poveri. Persino l’American Petroleum Institute, la lobby del petrolio, avverte che il divieto peggiorerebbe proprio la crisi di raffinazione che sta facendo salire i prezzi in patria. S&P Global calcola che le raffinerie statunitensi potrebbero tagliare la produzione di quasi 2 milioni di barili al giorno, il 12%, e che la benzina salirebbe di 25 centesimi al gallone. Riassunto: Trump rischia di colpire l’Europa, l’America Latina e alla fine i suoi stessi elettori.

Scenario catastrofico anche a causa del problema del debito, i cui interessi crescono sostenuti dalla vendita dei titoli sui mercati. Sarebbe falso però dare tutta la colpa al diesel. I mercati del debito erano una polveriera ben prima che Trump aprisse bocca all’Onu. I rendimenti americani salgono da mesi, spinti da un’economia che cresce più del previsto e da un’inflazione che non vuole saperne di scendere. Ci si mette anche la febbre dell’intelligenza artificiale: i colossi tecnologici si indebitano per costruire data center e contendono al Tesoro americano i soldi dei risparmiatori. In Europa la miccia ha un nome preciso, la Francia, che in estate ha visto il proprio costo del debito superare quello italiano, tra crisi politica e conti fuori controllo.

In una polveriera non serve una bomba: basta un fiammifero. E Trump il fiammifero l’ha acceso. Giovedì il decennale americano è salito al 5,13% e il quinquennale sopra il 5%, livelli che non si vedevano dal 2007, proprio mentre si parlava di uno stop di 90 giorni all’export. Gli analisti vedono lo spettro del divieto aggirarsi dietro la fiammata, anche se nessuno sa dire con precisione quanto peserebbe sull’inflazione.

Dall’altra parte dell’Atlantico, il sovrapprezzo del diesel europeo sul Brent ha sfondato i 95 dollari al barile, record dal 2011, ed è esattamente il numero che i banchieri centrali guardano prima di decidere quanto stringere. Il Bund tedesco a inizio settembre era già vicino al 3,4%, con la Bce pronta ad alzare i tassi. Ecco il punto: il divieto sul diesel non ha creato la crisi del debito, ma la sta alimentando nel momento peggiore possibile. Per un paese come l’Italia, che ogni anno brucia miliardi in interessi, non è un dettaglio tecnico. È un’altra tassa, decisa a Washington, per ragioni che con Roma non hanno proprio niente a che fare.

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