Comandava dal carcere. Nonostante i 16 anni di galera già scontati e la prospettiva di passarne ancora altrettanti dietro le sbarre. Per tutti gli anni Ottanta ha governato da monarca il traffico di droga nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro. E ancora oggi non sembra voler mollare la presa. Vecchia conoscenza del carcere di Fossombrone, Biagio Crisafulli detto Dentino nel 2007 viene trasferito a Opera e messo in cella assieme al fratello Alessandro. E’ in questo momento che le microspie fotografano un potere criminale per nulla fiaccato dal tempo. Crisafulli comandava e comanda ancora. Il ragionamento del pubblico ministero Marcello Musso è chiaro a tal punto che il giudice per le indagini preliminari Stefania Donadeo oggi ha disposto per lui un’ordinanza in carcere. Accusa: associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga.

MICROSPIE IN CELLA, IL PROGRAMMA DEL BOSS
Secondo la procura di Milano lo inchiodano quei colloqui rubati, durante i quali, il boss, nato a Comiso ed emigrato sotto la Madonnina negli anni Cinquanta, immagina così il suo futuro da uomo libero. “Io la prima cosa che faccio prendo, passo la frontiera e me ne vado all’estero e comincio a fare reati”. E’ il 22 aprile 2007. Con lui c’è il fratello: “Va che ti sentono e poi ti credono”, dice Alessandro. “Lascia che mi sentano e mi credano, questo è il mio progetto per il futuro”. Scherzi a parte, la voce del boss torna a farsi sentire dopo anni di silenzi e una sola intervista, nel 2010, al Corriere della sera dove sosteneva di “aver sbagliato e di non essere un esempio”. Tre anni prima il re di Quarto Oggiaro, capace di sedersi ai tavoli più nobili della ‘ndrangheta lombarda e di passeggiare per Milano assieme agli emissari di Cosa nostra, la pensava diversamente. Almeno questo testimoniano le intercettazioni, quando registrano l’ennesimo progetto per il futuro.

“A MILANO HO MEZZO PROCURA CONTRO”
Dice Dentino: “Il mio scopo era rimanere al penale, cercare di farmi declassificare e rimanere a San Vittore per muoversi”. Annota il pm nella sua richiesta d’arresto: “Rimane da valutare il proposito di Crisafulli di riuscire a ottenere di uscire dal circuito Alta Sicurezza degli Istituti di pena, e di essere assegnato al carcere di Milano San Vittore”. Un progetto “preoccupante”. Ragionamenti chiari, quelli di Crisafulli come quando al pregiudicato catanese Rocco Ferrara, suo compagno di cella, confida: “A Milano c’ho metà della Procura contro, perché sono l’unico che non ho preso l’ergastolo, sono incazzati”. Da qui il piano: “Mi accollo un reato a Bologna, appena finiscono alcuni processi, c’è un reato che sono stato incriminato tanti anni fa, che poi sono stato prosciolto, me l’accollo, così diventa uno però devo aspettare che non arrivi più niente, che diventi proprio l’ultimo”. Spiega il pm: “E ciò per scegliere l’autorità giudiziaria di Bologna, cercando di determinarne la competenza per gli atti relativi al cumulo definitivo delle pene da espiare, ritenendola meno sensibile alla posizione di un Crisafulli rispetto a quella di Milano”.

SI UCCIDE SEMPRE CON IL SILENZIATORE
Con Ferrara, mafioso legato al clan Cappello, la confidenza aumenta. Tanto che a un certo punto il boss spiega come lui uccide: “Solo con il silenziatore”.
E se da un lato, il boss, tra il serio e il faceto, programma il suo futuro, dall’altro gestisce da capo incontrastato il traffico di droga, decidendo quali sono i gruppi criminali che possono trafficare e quali devono lasciare il territorio. La sua è una regia continua. Che prevede addirittura di inviare un’ambasciata a un fornitore che sta dando cocaina alla gente sbagliata. Si tratta di Domenico Brescia, personaggio che opera in Brianza ed è già stato coinvolto in un’inchiesta per traffico di droga che ha messo in luce anche i suoi rapporti con alcuni calciatori dell’Inter. “Siccome ho saputo – dice Dentino al fratello – che ha ritirato 10 chili da una parte, con degli altri calabresi, mi hanno detto che lavorava, ma non con te, anche con altri con Gianco (Francesco Castriotta, attualmente latitante), sono andato a vedere se era vero, siccome me l’hanno confermato che c’era lui all’appuntamento per ritirare i cosi, ho mandato a chiedere questo”. Su Brescia il commento del boss è chiaro: “Questo c’ha paura che ci rompa le corna qualche giorno, e lo farò prima o poi perché mi sta dando fastidio (…) è un pezzo di merda gli ho fatto solo del bene”.

ANDAVAMO A MILANO CON TOTUCCIO CONTORNO E NINO GRADO
Gli investigatori legano buona parte dei colloqui di Dentino alla gestione attuale della droga. Tutto, secondo l’accusa, si concentra su questo. Anche la discussione sui pentiti che il boss fa con il fratello. “Io devo dire la verità, in tanti anni io non ho mai trovato uno sbirro che è venuto a dirmi di cantarmela”. Il punto è che non si conoscono mai fino in fondo le persone. E questo può essere pericoloso per gli affari. Dentino fa l’esempio di Totuccio Contorno, boss di Cosa nostra che negli anni Ottanta si buttò pentito incastrando decine di mafiosi nel maxi processo di Palermo. “Con Totuccio – dice Gino Crisafulli – ci frequentavamo qua con Nino Grado, minchia era un personaggio. Mi meravigliava un po’ perché questi qui avevano più paura loro di Totuccio che Totuccio di loro”. Chiara la sua conclusione: “Sicuramente io tutto questo contorno di gente non la voglio più, io ne voglio tre buoni (…) perché ti dico (…) di limitare i rischi”.

Articolo aggiornato alle 12,05 del 12 luglio 2014