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Neonato lasciato nella Culla per la vita: salvato e in buone condizioni. I soccorritori: “Come un figlio”

Il piccolo, chiamato Pietro, è in buone condizioni. Il gesto della madre riaccende l’attenzione sulle alternative sicure e legali per chi non può crescere un figlio
Neonato lasciato nella Culla per la vita: salvato e in buone condizioni. I soccorritori: “Come un figlio”
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Un vagito, un allarme, poi l’intervento immediato dei soccorritori. È successo domenica mattina a Bergamo, nel quartiere di Loreto, dove un neonato di pochi giorni è stato lasciato nella “Culla per la vita” collocata davanti alla sede della Croce Rossa. Il sistema di sensori collegato al 118 si è attivato alle 9.15 e nel giro di meno di un minuto gli operatori sono intervenuti, trovandosi davanti il neonato. Il bambino, poi chiamato Pietro, è stato trasportato all’ospedale Papa Giovanni XXIII: sta bene, ha un peso nella norma e ha subito mangiato. Accanto a lui, una breve lettera anonima, poche righe scritte a penna: parole di amore e di rinuncia, che parlano di un futuro che la madre, in questo momento, non può garantire. Non è la prima volta che accade. Già nel maggio 2023 un’altra neonata era stata lasciata nella stessa culla. Anche allora, un messaggio accompagnava il gesto. Episodi che, pur nella loro drammaticità, testimoniano l’esistenza di una possibilità concreta per evitare abbandoni pericolosi.

La “Culla per la vita” è infatti uno strumento pensato proprio per situazioni di emergenza. Si tratta di una struttura riscaldata e protetta, dotata di sensori che attivano immediatamente i soccorsi. All’interno una telecamera inquadra solo la culla, mentre all’esterno non ci sono sistemi di videosorveglianza: una scelta precisa per garantire l’anonimato di chi compie questo gesto. Dal punto di vista legale, lasciare un neonato in una struttura di questo tipo non costituisce reato di abbandono. Ma non è l’unica strada possibile. In Italia esiste anche il diritto al parto in anonimato: una donna può recarsi in ospedale, partorire in sicurezza e chiedere che il proprio nome non compaia nel certificato di nascita. Il bambino verrà poi affidato ai servizi sociali e inserito nel percorso di adozione, senza che l’identità della madre venga rivelata.

Accanto a queste opzioni, esistono inoltre strumenti di sostegno e accompagnamento per le madri in difficoltà: consultori familiari, servizi sociali e associazioni che possono offrire supporto psicologico, economico e pratico, aiutando a valutare tutte le alternative possibili, dall’affido temporaneo all’adozione. Le parole delle istituzioni e degli operatori convergono su un punto: non giudicare. La sindaca di Bergamo ha definito quanto accaduto “un ultimo atto d’amore”, sottolineando la complessità e il dolore di una scelta maturata in condizioni di fragilità. Anche i soccorritori hanno parlato di un momento che li ha profondamente segnati: “Ci siamo messi a piangere e lo abbiamo trattato come se fosse nostro figlio. Abituati a intervenire per soccorsi di altro genere – hanno detto – stavolta ci siamo trovati di fronte lo sbocciare di una vita”. Il presidente del Comitato di Bergamo della Cri, Gianluca Sforza, si dice orgoglioso perché “siamo riusciti nella nostra missione umanitaria: salvare una vita e far sapere a una donna, nel momento più drammatico, che esiste una possibilità”.

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