In realtà esistono più motivi per i quali il Movimento 5 stelle non può scendere a compromessi sulle preferenze. Il primo è una questione legata alla natività: dire no alla casta, slogan che è risultato vitale, vuol dire no soprattutto a un Parlamento di nominati. E Grillo andava in giro a ripeterlo ai tempi del Vday del 2007, quando chiedeva la reintroduzione delle preferenze. Quella cosa elettorale chiamata Porcellum, dichiarata illegittima anche dalla Corte costituzionale, come altre leggi elettorali in passato, lasciavano alle segreterie dei partiti il mandato di scegliere i parlamentari. Sapevano i seggi sicuri e venivano messi all’asta: il Pd ha sempre fatto pagare un gettone d’ingresso di 35mila euro a ogni singolo parlamentare, l’allora Pdl ne chiedeva 25mila. Chi non avesse avuto la disponibilità economica si sarebbe rivolto alla banca con tanto di sondaggi e avrebbe (ha) ottenuto il prestito. Erano i partiti stessi a dirottarli sul Banco di Napoli che ha uno sportello all’interno di Montecitorio e conosce queste banalità.

Tradotto in soldoni, se vogliamo prenderci dei populisti, il seggio veniva acquistato. “Ma a tutti i parlamentari”, è sempre stata l’obiezione, “viene chiesta una quota per il partito”. Certo, chiederla preventivamente dimostra che in Parlamento non vanno quelli con merito, ma i prescelti. Metodo berlusconiano che il Pd, nei cambi generazionali, ha fatto (e volentieri) proprio.

Non battersi contro un mercimonio non è la natura del Movimento. Ma ai piani alti, divisi tra Genova e Milano, esiste anche un altro motivo non confessabile. Le preferenze aiutano la “democrazia dal basso” e l’uno vale uno che è una grande utopia, ma nella vita reale difficilmente applicabile. Se Grillo avesse un’etichetta discografica di proprietà magari farebbe incidere un disco a Mina e non a Carlo Giovanardi. No, uno non sempre vale uno. Così come credo che Gianroberto Casaleggio non abbia mai assunto chi scrive ancora a macchina da scrivere nella sua azienda. E’ tutto qui il limite della selezione che la classe dirigente del Movimento ha fatto: incensurati tutti, bravissimi molti altri, ma anche una quota di braccia rubate ad altri mestieri. Selezionare i candidati sul web è una grande rivoluzione, serviva a tutto quello che di buono i 5 Stelle hanno fatto, a partire dalla decadenza di Berlusconi, ma regge solo se esistono le preferenze: che vengano premiate le persone che lavorano e hanno le idee chiare.

Dovessimo votare col Porcellum chi decide che l’ottimo Luigi Di Maio deve essere nei seggi sicuri? Grillo e Casaleggio? Ipotizzare un sondaggio via web ne verrebbe fuori in grandissimo incasinatellum. Di Maio, ma potrei citarne molti altri, ha lavorato in maniera pulita. Le preferenze lo premierebbero. Come voterebbero il signor X che magari non è andato in tv, non ha un volto alla Di Battista, ma ha lavorato per il territorio dal quale proviene e dove è stato eletto.

Tutto qui il mistero. E una condizione sulla quale i Cinque Stelle non possono cedere. Il rischio è prendere somiglianze della Casta.