Come era abbastanza prevedibile, il mio precedente articolo (‘Capitalismo, fa sempre più rima con egoismo‘) ha aperto un ampio seguito di dibattiti ed opinioni, tuttavia l’argomento, nonostante il semplicismo del titolo, era troppo vasto per poterlo comprendere nel breve spazio di un solo articolo da blog, così ho preso spunto dall’articolo “The failure of macroeconomics” (Il fallimento del macroeconomismo) che John H. Cochrane, professore di Economia finanziaria all’Università di Chicago, pubblicato sul Wall Street Journal del 2 luglio scorso, per svilupparlo ulteriormente.

Cochrane, in sintesi, pur concordando con i “keynesiani” sul fatto che per ridare slancio alla ripresa economica bisogna puntare sulla crescita, li critica però duramente perché a suo parere le ricette dei keynesiani contano troppo sugli stimoli monetari e finanziari per risolvere la crisi, ma in questo modo si crea solo una spinta provvisoria e un ulteriore indebitamento permanente. Lo si vede già ora (sempre a suo avviso): gli stimoli perdono presto di efficacia, il pesante indebitamento che ora grava in “pancia” alla Federal Reserve” avrà bisogno di tempi lunghi per essere “digerito”, quindi occorre pensare a interventi risolutivi che consentano la crescita insieme allo smaltimento del debito, non a soluzioni che lo incrementano. E nel dir questo chiama in causa anche Krugman, che invece ha sempre sostenuto gli incentivi.

Krugman però ha già smontato questa accusa sostenendo (fin dal 2009) che gli stimoli sono stati fatti, sì, ma sempre in ritardo e sempre limitati perché ostacolati dalla dura opposizione politica del partito conservatore. In questo modo, pur raggiungendo recentemente (dopo 6 anni!) un risultato di parziale soddisfazione, si è avuta tuttavia una sostanziale inefficacia degli stimoli. Se si fosse fatto tutto con tempestività adesso saremmo già del tutto fuori dalla crisi, è il suo parere (per esempio nel suo articolo “Why Economics Failed” del primo maggio scorso).

Comunque Cochrane si prolunga nel suo articolo, chiamando in causa altri economisti e facendo altri esempi, al fine di cercare di smontare le teorie dei “neo-keynesiani”. Lascio ai volenterosi l’onere di andarsi a leggere tutti i suoi ragionamenti. Per capire dove vuole arrivare basta leggere gli ultimi tre paragrafi.

“Distorcono il sistema della tassazione e avviano regole intrusive nel mercato. Questo vogliono i neo-keynesiani. Chi volete che investa il suo denaro in presenza di queste riforme? Logico che la ripresa tardi a venire!”. Queste, secondo Cochrane sono le vere cause della lentezza della ripresa economica.

Il “bello” viene però nel paragrafo successivo, dove alla diagnosi fa seguire la prognosi. Qual è la sua ricetta per la guarigione? Eccola qui di seguito nella sua versione integrale (segue la traduzione).

They require us to do the hard work of fixing the things we all agree need fixing: our tax code, our cronyist regulatory state, our welter of anticompetitive and anti-innovative protections, education, immigration, social program disincentives, and so on. They require “structural reform,” not “stimulus,” in policy lingo.”

“Siamo richiesti di compiere il duro lavoro di riparare ciò che necessita riparazione: il sistema della tassazione, la parzialità del nostro sistema regolatorio, la confusionarietà anti-competitiva e anti-innovativa del nostro protezionismo, il sistema educativo, le norme per l’immigrazione, la disincentivazione dei programmi sociali, e così via. Occorrono “riforme strutturali, non stimoli”, detto in parole povere.”

Mi sbaglierò, ma mi sembra la stessa musica che ci hanno proposto per tre anni i nostri austeri manovratori europei (col risultato che sappiamo!). La logica di Mr. Cochrane è quella dei neo-capitalisti iper-liberisti che ormai conosciamo bene. Essa parte dal presupposto che l’economia per funzionare bene deve essere completamente libera di muoversi a suo piacimento, senza regole (salvo quelle che proteggono loro stessi) altrimenti ne soffre la capacità di competere sui mercati.

Ovvio che se al centro del nostro sistema esistenziale politico ed economicocome elemento di massimo interesse, dovessimo veramente mettere la “capacità di competere sui mercati” tutta quella roba che ha messo Cochrane nella sua ricetta anticrisi sarebbe adeguata, ma è ovvio anche che parte dal presupposto sbagliato. Perché al primo posto per una società non ci può essere il mercato. La libertà che vuole Cochrane è la stessa di quel pugile che lamenta di essere meno competitivo perché non può picchiare dove vuole e non può tirare pedate. Se gliela concedi non è più pugilato, è lotta selvaggia.

Il mercato, e la società nel suo insieme, sono come la boxe, ci confrontiamo e ci tiriamo anche i pugni, ma ci devono essere regole precise che tutti devono rispettare. E le regole non possono essere solo quelle che consentono a qualcuno di far più soldi, ma quelle che consentono ad una società di crescere con equilibrio. Ovvero il rispetto della democrazia, che declama il potere del popolo non di qualche oligarca multimiliardario. Questi “economisti” tutti schierati a favore del capitale, sembra che se lo siano dimenticati.

Per fortuna c’è ancora chi, come la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren che provvede a ricordare a costoro anche le altre priorità di una società evoluta.

“Nessuno diventa ricco per suo unico merito. Ha realizzato dal nulla una impresa? Buon per lui. Ma lui ha spostato le sue merci sulle strade che noi tutti insieme abbiamo pagato. Ha assunto lavoratori che noi tutti insieme abbiamo contribuito ad educare. Lui è sicuro e garantito nel suo ufficio o nelle sua fabbrica perché tutti noi abbiamo pagato per avere forze di polizia e vigili del fuoco efficienti. Questo è il contratto sociale che permette ad una società di funzionare per tutti”.

La Warren ha ragione da vendere. Senza giustizia ed equilibrio economico si può anche arrivare a realizzare il più potente sistema competitivo del mondo, ma quel cavallo presto scoppierà e lascerà tutti a piedi, neo-capitalisti compresi. Storicamente è già successo molte volte.

Dallas, Texas