L’accusa è di quelle che non passano inosservate: l’area in cui sorge la sede bolognese di Hera, il colosso dei servizi ambientali, è fortemente inquinata da veleni “tossici e cancerogeni”. A puntare il dito è Andrea Defranceschi, consigliere regionale del Movimento 5 stelle, che parla di una “bomba tossica” e di “situazione allarmante”, e chiede in un’interrogazione alla giunta della Regione Emilia Romagna quale sia il rischio per la salute dei lavoratori. L’eletto dei cinque stelle riapre così uno squarcio su un caso noto da tempo. Ossia il piano di riqualificazione dell’ antica sede della multiutility di viale Carlo Alberti Pichat, che prevede la bonifica dell’area, la ristrutturazione dell’antico gasometro, e la realizzazione di una cittadella nella città con uffici, hotel, parcheggi, zone verdi e uno studentato. Un progetto imponente fortemente voluto dal Comune di Bologna, ma che, nonostante sia in discussione da dieci anni, oggi è bloccato per via di una battaglia legale tra Hera e il costruttore che avrebbe dovuto realizzare parte degli edifici.

Secondo il consigliere dei 5 stelle la terra sotto l’area, estesa per circa 60 mila metri quadrati, è “talmente tossica e inquinata” da rimanere pericolosa persino dopo un’eventuale bonifica. “Per più di dieci anni, vasche contenenti cianuro e naftalene sono rimaste sotto i nostri piedi”, scrive Defranceschi in una nota. “Una contaminazione da metalli, idrocarburi leggeri e policlicicli e aromatici, che tradotto significa sostanze tossiche volatili (che quindi si liberano nell’aria) e permeabili che da oltre dieci anni respiriamo e forse, ingeriamo attraverso l’acqua. Sostanze separate dal bacino idrico che abbevera l’intera città di Bologna da qualche metro di sabbia. Cos’altro c’è lì sotto, non è dato saperlo, perché tutte le informazioni, i dati, i rilievi e le ricerche fatte, provengono da Hera. Ancora una volta controllore e controllato sono lo stesso soggetto”.

E a parziale sostegno delle sue dichiarazioni cita parte di uno studio commissionato da Hera all’ingegnere Andrea Forni, per cercare di quantificare il pericolo di contaminazione nelle zone dove dovrebbero sorgere lo studentato e l’albergo. Nel documento, presentato dall’azienda in Conferenza dei servizi nel 2012 e ora diffuso da Defranceschi, si evidenziano il “rischio non accettabile” e l’urgenza di una “messa in sicurezza permanente” dell’area. Per quanto riguarda la struttura riservata agli studenti si calcola il pericolo di contaminazione prendendo come riferimento un universitario “medio” di circa 70 kg, presente nell’edificio e quindi “soggetto all’esposizione” per 300 giorni all’anno, per un massimo di 10 anni consecutivi. “Hera, nero su bianco, certifica la futura cancerogenicità della zona, suggerendo agli ospiti del futuro studentato di non rimanerci più di 10 mesi all’anno”, fa notare Defranceschi. “Per stabilirlo, si inventano perfino il prototipo di un ipotetico studente medio, calcolandone caratteristiche fisiche e perfino gli anni fuori corso. Diciamo che il tuo corpo può restare in quell’area massimo dieci anni prima di rischiare un tumore. Per quali motivi non è stata importa a Hera un’immediata bonifica dell’area?”.

Per capire meglio di cosa si tratta però bisogna fare un passo indietro di almeno dieci anni. Le prime tracce del progetto di bonifica e di restyling della sede di Hera, società a maggioranza pubblica, risalgono almeno al 2004, quando alla guida della città è stato da poco eletto Sergio Cofferati. L’idea è ambiziosa: trasferimento di parte dei dipendenti di Hera in una zona del Frullo, e avvio dei lavori di demolizione e ristrutturazione della zona e degli edifici tra viale Berti Pichat, viale Ranzani e via Stalingrado. Tempi previsti: tre anni. Ma le cose non seguono i programmi. Su quell’area, un tempo si stoccava il carbon fossile. E’ necessaria quindi un’operazione di bonifica, che però è troppo per le casse del Comune. E così si alternano le giunte, i tempi si dilatano, e tra autorizzazioni e studi sulla fattibilità, la riqualificazione ambientale e l’edificazione vengono messi in stand by.

Nel mezzo, c’è anche un’intercettazione della Guardia di Finanza effettuata nell’ambito di un’indagine su appalti pilotati e risalente al 2008, in cui alcuni funzionari di Hera parlano di 1500 tonnellate di veleni (in realtà le tonnellate di materiale tossico saranno 44) scoperte durante gli scavi per i nuovi uffici. Si tratta “due vasche non previste” e “maleodoranti”, così le descrivono i dipendenti della holding al telefono, contenenti cianuro, naftalene e creosoti. Il ritrovamento viene denunciato però con un ritardo di circa tre settimane e per questo finisce sotto la lente dei pm. Il materiale, una volta rimosso, sarà smaltito dalla Sotris, una società di Ravenna controllata dalla multiutility, coinvolta a gennaio in un’ inchiesta (non legata alla vicenda bolognese) per traffico illecito di rifiuti pericolosi. Mentre il caso della presunta comunicazione tardiva sarà archiviato dal giudice nel 2011 .

Intanto i lavori, che ancora nel 2012 l’amministrazione dava per imminenti, sono fermi. Anche perché sullo sfondo c’è una grana legale non da poco, fatta di accuse e controaccuse, di cause e ricorsi sia da parte di Hera sia da parte del costruttore al quale la multiutility due anni fa ha venduto il terreno per 32 milioni di euro. Lui si chiama Corrado Sallustro, è titolare della Co.Ge.Fer., una srl di Cento, ed è colui che avrebbe dovuto edificare l’albergo e il centro direzionale. Come racconta al fattoquotidiano.it, poche settimane fa ha denunciato il presidente della multiutility, Tommaso Tommasi, per “truffa aggravata” e “manipolazione del mercato”. Secondo l’imprenditore Hera, pur conoscendo la situazione ambientale compromessa del sito, ne avrebbe offerto una rappresentazione “edulcorata” nella trattativa con la Co.ge.fer, senza avvisare della necessità di una massiccia attività di bonifica. L’esposto è di maggio 2014. Ed è l’ultimo tassello di una vicenda complicata, di cui per ora non si vede la fine, e su cui l’ultima parola spetterà ai giudici.