I sindaci e i consiglieri regionali che nel progetto della coppia Renzi-Berlusconi entreranno a far parte del nuovo Senato non potranno essere arrestati, né intercettati. Tradotto: torna o, meglio, non scompare l’immunità parlamentare. Che, anzi, si allarga agli amministratori locali in odor di ‘nomina’ senatoriale. È questa la principale novità dell’accordo ratificato ieri tra Pd e Forza Italia che sta generando malumori in Parlamento. Polemiche alle quali Roberto Calderoli, correlatore al testo sulle riforme ha risposto con una provocazione: “Se suscita perplessità il fatto che deputati e senatori abbiano la medesima forma di immunità allora, come relatore, mi sento di fare una proposta e di verificare l’eventuale condivisione: togliamo l’immunità sia a deputati che a senatori. Tutti siano trattati come cittadini comuni”.  

Intanto, con il deposito degli emendamenti congiunti Pd e FI di fatto mettono i paletti sulla riforma del Senato che da luglio sarà all’esame delle Camere e la novità riguardante l’estensione dell’immunità ha un peso specifico non di poco conto, che supera di gran lunga i numeri contenuti nell’idea di riforma.

In tal senso, gli emendamenti congiunti di Partito democratico, Forza Italia e Lega prefigurano un’aula di Palazzo Madama composta da 100 senatori, anzi di 95 più 5: i primi eletti dai consigli regionali in rappresentanza di Regioni e Comuni, i secondi nominati dal presidente della Repubblica (tra questi rientrano gli attuali senatori a vita). Tra i 95 “territoriali”, nello specifico, 74 sono scelti tra i consiglieri regionali, gli altri 21 tra i sindaci. Non solo. Ogni Regione a sua volta eleggerà un numero di senatori in proporzione al proprio peso demografico. L’intesa non scioglie il nodo del metodo di elezione, rinviando a una successiva legge ordinaria. I senatori decadono nel momento in cui decade l’organo in cui sono stati eletti (Comune o Regione). Ciò vuol dire che il Senato sarà rinnovato mano mano che si rinnoveranno le assemblee territoriali.

Dal punto di vista squisitamente politico, però, il succo è un altro. E riguarda la strategia scelta dal premier. Prima c’era solo il timing, ora invece esiste anche un documento scritto a suggellare l’accordo in tema di riforma del Senato con Forza Italia di Silvio Berlusconi, che nel patto con i democratici può contare anche sull’apporto determinante della Lega Nord. Ma se la concretizzazione dell’intesa era nell’aria, ben altro il discorso per quanto riguarda i frutti che questa determinerà. Il primo, assolutamente inaspettato, è contenuto proprio negli emendamenti depositati da Calderoli (Lega) e da Anna Finocchiaro (Pd). Tra questi, come detto, quello che riguarda l’immunità per i senatori, ipotesi di provvedimento che invece non era presente nel testo scritto dal governo. L’emendamento dei relatori, del resto, sopprime “l’articolo 6” della bozza dell’esecutivo, che applicava solo ai deputati l’articolo 68 della Costituzione sulle “Prerogative dei parlamentari”.

Evidente la soddisfazione di Calderoli (“E’ stata trovata la quadra”, ha detto) riguardo agli emendamenti, che sono stati accolti favorevolmente anche da Renzi. Nessuno porta la firma del Movimento 5 Stelle, che incontrerà il presidente del Consiglio mercoledì 25 giugno. Proprio il giorno in cui, alle 12, scade il termine per i subemendamenti agli emendamenti dei relatori al ddl costituzionale di riforma del Senato e titolo V. Due ore dopo, alle 14, l’ufficio di presidenza della commissione si riunirà per la programmazione dei lavori. Per questo, come scrive Repubblica, i 5 Stelle vogliono anticipare di 24 ore l’incontro. In tal senso, però, la novità di giornata è che la base di M5s è spaccata sull’incontro da tenere con il governo.