L’agonizzante economia argentina vive da anni in rassegnata attesa di un colpo di grazia. Può concretizzarsi come shock sui prezzi delle derrate agricole, ulteriore tracollo del peso, fallimento di una banca, rivolta di piazza contro i prezzi alle stelle e i salari rasoterra. Il pollice verso della Corte Suprema degli Usa contro le autorità argentine, non rappresenta un nuovo default per il semplice fatto che il paese è già fallito. La giustizia americana ha imposto all’Argentina il pagamento a un gruppo di creditori (che non aveva aderito al piano di ristrutturazione dopo il 2001) di 1,3 miliardi di dollari, un ammontare trascurabile in una situazione normale, ma che l’Argentina avrà problemi a racimolare, insieme ad altri 10 miliardi di dollari a creditori che potrebbero adire la stessa via legale.

In realtà la popolazione sta già subendo da anni le conseguenze del fallimento economico nella vita quotidiana cercando di sottrarsi alla repressione economica e alla povertà esacerbata dall’inflazione fuori controllo. Il governo, dal canto suo, tra plateali imbrogli sul calcolo dell’inflazione e del Pil, espropri alle società straniere, appropriazione delle riserve della banca centrale, politica fiscale assurdamente espansiva (a beneficio delle proprie clientele) finanziata da stampa di moneta e controlli sui movimenti di valuta cerca di sfuggire al destino tipico dei predecessori: la fuga ignominosa di fronte alle turbe inferocite. Per qualche anno, dopo il crollo della currency board – che aveva permesso al governo argentino di indebitarsi impunemente e che si era dunque trasformata nel grimaldello di una rapina di massa – l’impennata dei prezzi agricoli internazionali aveva tenuto a galla il relitto del sistema economico. Poi, esaurita la manna della crescita impetuosa cinese, le falle hanno ricominciato ad allargarsi ed imbarcare acqua.

Agli effetti pratici un governo che costringe i propri cittadini a detenere solo carta straccia fresca di zecca, proibendo la conversione dei pesos in dollari, ha già di fatto dichiarato bancarotta. L’economia devastata sopravvive grazie alle esportazioni agroalimentari e poco altro (di lecito). Per non collassare del tutto l’Argentina dovrebbe attrarre capitali stranieri, ma non esiste investitore sano di mente disposto a rischiare.

Difficile prevedere come reagirà la “Presidenta” peronista Kirchner – a parte le tirate contro l’estorsione e gli avvoltoi di cui ha infarcito il discorso stralunato a reti unificate ad una nazione allo sbando. In prima battuta sfoggerà un atteggiamento di sfida, dichiarando (minacciando?) formalmente di non poter onorare la rata su tutto il debito in valuta in scadenza il 30 giugno, nella speranza di sottrarsi alle maglie della giustizia americana alzando il livello ed estendendo il fronte dello scontro. Ma alla rodomontata da Sansone in gonnella sono in pochi ad abboccare, per cui giocoforza la vera strategia è il negoziato sottobanco per cercare di rimandare l’appuntamento con il destino. Del resto attorno all’Argentina è da tempo steso un cordone sanitario per impedire il contagio finanziario. Il Fmi ha giudicato trascurabili le conseguenze di un tracollo a Baires per il resto dell’America Latina. Per quanto pecchi di ottimismo circa gli effetti di breve periodo, questa valutazione è condivisa dai grandi operatori finanziari.

Oltre alle conseguenze immediate la sentenza Usa fissa un precedente storico. Finora un governo truffaldino aveva vita facilissima. Rifiutava di pagare il dovuto e ristrutturava il debito, vale a dire restituiva solo parte del malloppo. Chi osava sottrarsi al ricatto subiva l’esproprio totale. La bordata yanqui non abbatte le mura dell’immunità che proteggono la licenza di furto sovrano, ma apre una breccia. Da oggi ogni banca, ogni fondo, ogni autorità di mercato al mondo è sottoposta all’obbligo di eseguire i termini della sentenza della corte di New York su ogni centesimo riconducibile allo Stato argentino.

Un monito brutale anche agli esaltati che hanno inneggiato per anni al “modello argentino”, al ripudio del debito pubblico italiano, al sanfedismo bungalirista condito di fantasie su una fantomatica lex monetae che garantirebbe l’autoassoluzione eterna.