Ho preso una decisione difficile, e, come accade in questi casi, mi sento più sereno: rinuncio agli idonei senza borsa. L’idoneo senza borsa è il prodotto di una stortura tutta italiana, che si realizza in alcuni contesti del sistema dell’istruzione pubblica. E’ una persona che supera un concorso ed acquisce un ruolo che gli dà diritto a lavorare in una struttura, per un tempo predefinito e nell’ambito di un programma di formazione. Normalmente questo diritto dovrebbe comportare un compenso o un rimborso, ma per l’idoneo senza borsa il compenso non c’è: i fondi allocati dallo Stato non bastano. L’idoneo senza borsa, nelle idee del legislatore, offre lavoro e riceve in cambio la sola formazione.

Un esempio tipico, istituzionalmente ufficializzato, di questa situazione è il dottorato di ricerca: ogni corso, ogni anno può mettere a concorso un certo numero di posti con borsa (tipicamente 6) e un pari numero di posti senza borsa.

Fino ad oggi io avevo sempre accolto nel mio gruppo di ricerca i dottorandi che ne facevano richiesta, sia con borsa che senza. Poiché è discriminatorio far lavorare fianco a fianco nello stesso laboratorio il dottorando pagato e quello non pagato, vincitori dello stesso concorso e separati da pochi posti di graduatoria, il mio impegno nei confronti del dottorando senza borsa, fino ad oggi, era sempre stato quello di cercare fonti alternative di compenso: borse di studio, assegni di ricerca, contratti. Questo impegno è diventato nel tempo sempre più gravoso e ultimamente insostenibile, per due ragioni: in primo luogo la costante diminuzione del finanziamento alla ricerca che non permette di garantire una fonte di compenso; in secondo luogo la normativa per l’attribuzione delle borse di studio o assegni di ricerca. Il primo punto è ovvio, il secondo meno, e richiede spiegazione.

Ammesso che io abbia ottenuto, grazie anche al lavoro dei miei dottorandi, il finanziamento di un progetto di ricerca che include una borsa di studio, io non posso assegnarla direttamente al dottorando senza borsa il cui lavoro ha contribuito ad ottenere il finanziamento: devo metterla a concorso con bando pubblico (internazionale). In passato questi bandi suscitavano scarso interesse e concorreva solo l’interessato; oggi in tempo di crisi, sono diventati più appetibili ed è frequente avere due o più candidati. La persona con la quale io ho contratto un impegno morale è uno studente di dottorato senza borsa, che certamente ha meno titoli rispetto ad un eventuale concorrente esterno in genere già in possesso del titolo. Di conseguenza, nel concorso per la borsa di studio mi trovo a scegliere tra due sole possibili alternative, entrambe inaccettabili: o butto a mare il mio dottorando senza borsa o imbroglio le carte e lo faccio vincere contro un candidato più forte. Poiché non ho una soluzione onesta a questo problema ho deciso di non accettare più nel mio laboratorio dottorandi senza borsa ed ho anzi proposto al collegio dei docenti del mio dottorato di non mettere più a bando dottorati senza borsa, rinunciando quindi alla risorsa costituita dal lavoro di questi studenti, e ad una attività di formazione che la normativa vigente prevede. L’università muore anche così, di piccole rinunce e di progressivo ridimensionamento.