Arrestato l’8 maggio scorso perché accusato di aver agevolato la latitanza di ex deputato Claudio Scajola torna a casa. Il tribunale del Riesame di Reggio Calabria gli ha concesso gli arresti domiciliari accogliendo in parte il ricorso dei suoi legali, Giorgio Perroni e Elisabetta Busuito. La decisione dei giudici è stata depositata stamani. L’ex ministro dell’Interno sarà trasferito nelle prossime ore nella sua casa di Imperia. Resta invece in carcere Chiara Rizzo, la moglie di Amedeo Matacena

Nell’interrogatorio del 16 maggio scorso – il cui file audio è stato depositato, a disposizione delle parti, al Tribunale della libertà che proprio ieri ha discusso la sua posizione – l’ex ministro ha detto la sua verità sui rapporti con la Rizzo (“una donna che andava gestita perché era una donna sola, indifesa, scossa, incasinata”), con Matacena e con Vincenzo Speziali, l’imprenditore catanzarese nipote omonimo dell’ex senatore Pdl che vive in Libano, “aveva l’ambizione di fare il deputato”, si presentò come il marito della nipote dell’ex presidente Libanese Amin Gemayel e prospettò l’ipotesi dell’asilo politico per Matacena a Beiurt. Speziali che, per la Dda, sarebbe stato l’elemento fondamentale per portare a termine il trasferimento di Matacena da Dubai a Beirut.

L’ex ministro ha anche sottolineato l’invito “molto duro” a Chiara Rizzo a scegliere la strada che portava al rientro in Italia del marito Amedeo Matacena e la negazione più assoluta di avere mai fatto affari con alcuno (“l’ultima volta che ho comprato una casa ho fatto un casino”). Claudio Scajola si è difeso con puntiglio, rispondendo alle contestazioni del pm della Dda di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo e al sostituto procuratore nazionale antimafia Francesco Curcio che lo accusano di avere favorito la latitanza di Matacena, da mesi a Dubai senza passaporto dopo essersi sottratto alla cattura in seguito alla condanna definitiva a 5 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

“Se avessi parlato più chiaro – sembra lamentarsi con se stesso – non ci sarebbe tutta questa roba qua. Usavo un linguaggio che ha creato solo casino”. “La mia idea era che questa qui potesse trovarsi un suo lavoro, facesse una sua cosa”, dice spiegando i suoi rapporti con la Rizzo aggiungendo che “la mia preoccupazione era sempre quella la grandissima difficoltà economica che mi pareva di arguire”. Una rapporto, però, che si incrina per via di una Porsche Cayenne che la Rizzo sfoggia improvvisamente e che fa sorgere dei dubbi nell’ex ministro sul reale bisogno della donna. Vettura che, dice la Rizzo nel suo interrogatorio del 29 maggio – anche questo depositato al riesame – le aveva regalato l’imprenditore Francesco Caltagirone Bellavista.

Ma a deludere Scajola non è solo la Rizzo ma anche Berlusconi per la mancata candidatura. L’esponente azzurro si aspettava che qualcuno del suo partito non lo volesse “tra le balle” ma non che Berlusconi lo escludesse e si negasse al telefono. E tutto questo per la vicenda del mezzanino con vista sul Colosseo il cui acquisto non solo provocò “un casino”, ma dopo la quale “sono politicamente morto, i giornali della mia parte politica mi hanno ammazzato”.