“Troppi” italiani nel campionato di basket. Si fa per dire, perché i quintetti titolari della Serie A sono imbottiti di stranieri. Uno dei pochi argini di fronte “all’invasione” è la norma che obbliga le squadre ad avere in roster un minimo di cinque giocatori che si sono “formati” nel nostro Paese. Ma anche questo vincolo adesso potrebbe cadere: la norma è entrata nel mirino dell’Unione europea perché violerebbe il principio di libera circolazione dei lavoratori. E la Federazione italiana pallacanestro potrebbe trovarsi presto a un bivio: rinunciare alla limitazione, oppure incorrere in una sanzione da milioni di euro. La regola del “5+5” (o 5+7, nel caso di roster a 12) esiste già da 7-8 anni: per homegrown players si intendono quei giocatori che si sono formati tecnicamente e sportivamente nei vivai del nostro Paese. Non si parla quindi espressamente di nazionalità italiana, ma il concetto spesso finisce per coincidervi.

Fino ad oggi non c’era stato alcun tipo di problema: l’Unione Europea non legifera sulle regole dei campionati sportivi. E infatti norme analoghe esistono anche in altre discipline e in altri Paesi, e persino a livello internazionale (basti pensare, nel calcio, alle liste Uefa che prevedono un numero minimo di giocatori provenienti dal vivaio). Nel campionato di basket italiano, però, le proporzioni sono un po’ più sbilanciate (si tratta di una percentuale che tocca in alcuni casi il 50%).

Ma soprattutto c’è stato un esposto che ha innescato l’intervento dell’Ue: si è parlato di una società di Serie A, potrebbe trattarsi anche di un procuratore. Di certo, qualcuno a cui le limitazioni sugli stranieri piacevano poco. La denuncia è ancora anonima, ma rischia di avere un effetto dirompente: la Fip è stata messa ufficialmente sotto procedura d’infrazione. “E il procedimento è anche in fase abbastanza avanzata presso la Commissione Lavoro”, spiega al fattoquotidiano.it Maurizio Bertea, segretario generale della Federazione. “Siamo preoccupati delle possibili conseguenze”. “Quello europeo è un ordinamento giuridico superiore, a cui non potremmo che sottostare”, prosegue. In caso di rifiuto, infatti, lo Stato italiano (e a scalare il Coni e la Fip) incorrerebbero in una sanzione economica molto pesante. “Parliamo di milioni di euro, cifre insostenibili per le casse federali” (il cui fatturato totale ammonta a circa 26 milioni, stando al bilancio 2012). “La linea del presidente Petrucci è resistere. Ma non possiamo permetterci un muro contro muro”.

In realtà, la regola contestata dall’Ue è lungi dall’aver risolto la questione dell’impiego dei giovani italiani, uno dei problemi maggiori del movimento: le squadre di Serie A continuano ad avere quintetti a volte composti interamente di stranieri; e anche i migliori talenti del nostro panorama (come ad esempio i ragazzi della nazionale Under 20 campione d’Europa) hanno un minutaggio bassissimo nella massima serie. “Ma almeno con la regola del 5+5 le società sono costrette a prevedere in rosa un numero adeguato di italiani, che riescono a giocare grazie alla rotazione in partita”, sostiene Bertea. Adesso anche questo palliativo potrebbe venire meno. La Fip ha tempo fino a luglio per presentare a Bruxelles le proprie considerazioni difensive.

“Speriamo di convincere la Commissione della bontà della nostra posizione”, conclude Bertea. In caso contrario, sarebbe costretta a rivedere l’attuale regolamento (magari diminuendo il numero minimo di homegrown players) o addirittura rinunciarvi del tutto. Per compensare, si potrebbe intervenire sul numero di extra-comunitari (attualmente tre per squadra): “Ma diminuirli non significherebbe necessariamente creare spazio per i nostri ragazzi”, sottolinea il segretario. Che conclude: “La Federazione spesso viene additata come colpevole, ma fa quel che può. Le scelte delle società, purtroppo, vanno in direzione diversa dalla tutela dei vivai. E adesso c’è anche la procedura d’infrazione. Noi vorremmo fare qualcosa in più, ma ora come ora sarebbe un successo già difendere la situazione attuale”. Tutt’altro che rosea.

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