Laverne CoxPossiamo dire molte cose di Laverne Cox: nata in Alabama, lavora in televisione come attrice e produttrice e si occupa di diritti civili. Tra poco diventerà famosa anche in Italia per la serie Orange Is the New Black, che verrà trasmessa nel prossimo autunno. Più recentemente è apparsa nella copertina del Time, per i suoi meriti artistici e per il suo impegno sociale. Tutto abbastanza ordinario, per una star televisiva. Se non fosse per una particolarità: Laverne è speciale perché lotta per i diritti della comunità Lgbt, di cui fa parte, e perché è una persona transessuale.

Nel migliore dei mondi possibili questo sarebbe un dettaglio come un altro. Nessuno oggi si stupisce più se un mancino vince l’Oscar o se una donna dai capelli rossi appare sui giornali. Ma viviamo in mondo dove certe cose contano, molto spesso come se fosse un demerito. Basterebbe ricordare le parole, non proprio benevole, di personaggi pubblici – uno tra tutti, Mario Adinolfi – che vedono i/le transgender come “moderni ircocervi” o più semplicemente come mostri. E non solo.

Il mondo dei media, giornali e Tv in primis, non è tenero con questa categoria sociale. A chi affronta la transizione per diventare donna (le MtF, ovvero “Male to Female”, da maschio a femmina) molto spesso viene negata la sua identità di genere. Persone come Laverne Cox, quindi, verrebbero definite al maschile. Per capire come questo possa rappresentare una violenza facciamo un esercizio mentale. Immaginate di svegliarvi, domani, con la vostra identità, coi vostri desideri, col vostro modo di percepire la vita, l’amore e le cose, ma in un corpo che non sentite vostro. Come vi sentireste? Fantascienza, potrebbe dire qualcuno. Per alcuni/e non si tratta di immaginazione, ma di dura realtà. Le donne che invece compiono il percorso per diventare uomini (FtM, “Female to Male”) più semplicemente, per stampa e piccolo schermo, non esistono. E se è violento negare un’identità, figuriamoci quanto possa essere piacevole essere considerati invisibili o inesistenti.

Peggio ancora, nella narrazione delle cose, la parola “trans” è divenuto sinonimo di prostituta. A questo punto occorre precisare che è vero che alcune transessuali vendono il loro corpo, ma non sono la maggioranza. E chi lo fa, molto spesso, non ha altra scelta proprio a causa di quel mondo che le disprezza: quanti, tra certi moralisti, sarebbero disposti di offrire un lavoro o una dimora a chi viene descritto/a, appunto, come un reietto?

L’esempio di Laverne ci dimostra il contrario di un luogo comune che veste le parole del pregiudizio. “Mi sono sentita una donna per la prima volta in terza elementare”, ha dichiarato in un’intervista. La maestra paventava che sarebbe finita su un marciapiede. E invece è diventata una stella della Tv. Nel mondo, in mezzo a noi, ci sono molte persone nate in un corpo non richiesto, senza che lo sappiamo. Non riusciamo a vederle, ma ci sono, immerse nella vita di tutti i giorni. Come Beatrice, che lavora nell’officina tappezzata di immagini di Marilyn Monroe, che ha aperto a Roma quando ancora si chiamava Pino e prima di sposare Marianna con cui vive una storia d’amore poi diventata un film, Fuoristrada, della regista Elisa Amoruso.

Queste persone, con coraggio e dignità, affrontano come crisalidi il percorso di transizione per essere davvero come gli sussurra l’anima: “una è davvero autentica, signora mia, quanto più assomiglia all’idea che si è fatta di se stessa” diceva lo splendido personaggio di Agrado, in Tutto su mia madre, di Pedro Almodovar. E rappresentano, tutte, storie di coraggio e straordinaria umanità. “Penso che anche sui media le giovani trans possano trovare più modelli a cui accostarsi rispetto al passato”, dichiara ancora Laverne. Tocca adesso al mondo che le circonda, e che non le vede se non come elementi marginali, ricordare che prima di usare parole che feriscono e grammatiche fuori luogo, stiamo parlando di vite umane. Per questo fragili. E proprio per questo destinatarie di tutto il rispetto possibile. A cominciare dalle parole più giuste per raccontarle. Perché nella vita di una trans, pardon, di una persona speciale, a modo suo, non c’è solo il marciapiede. Ci sono anche le luci dei riflettori e i poster di Marilyn.