Violenza contro le donne, le denunce non bastano: le vittime come prigioniere di guerra, non vanno lasciate sole
“Non salutare i tuoi colleghi”. E poi: “Perché non l’hai salutato? Hai qualcosa da nascondere?”. “Non mi interessa conoscere i tuoi amici”, seguito da: “Perché non me li presenti?”. E ancora: “Stasera esco da solo, mica possiamo stare sempre insieme”, unito al divieto per lei di uscire.
Richieste contraddittorie, usate per destabilizzare la partner. Ne discuto al centro antiviolenza con una collega mentre analizziamo le dinamiche di un uomo maltrattante: un alternarsi continuo di manipolazione e minaccia, percosse e ingiurie indicibili, alternate a dichiarazioni d’amore e a richieste di perdono; infine il distacco emotivo, poi le suppliche di non essere lasciato. Non c’è amore, il sentimento dominante degli autori di violenza è la rabbia e i momenti di serenità non sono che brevi tregue tra una violenza e l’altra.
Eppure, sono meccanismi drammaticamente efficaci nel trattenere le donne all’interno della relazione, facendole sprofondare nella confusione e nella paura.
Da due mesi lavoriamo sfiancate dal caldo, mentre le notizie di femminicidio si susseguono in un’estate torrida che non dà tregua. I numeri delle donne accolte crescono e le richieste di ospitalità in emergenza da parte delle forze dell’ordine o dei servizi sociali mettono sotto pressione l’accoglienza: non esistono case rifugio in numero sufficiente per rispondere a tutte le chiamate d’aiuto. In questi giorni si registra il consueto picco estivo, quando la convivenza nei periodi di vacanza fa aumentare le aggressioni.
Dall’inizio di agosto sono state uccise Carmela Bifano, Joanna Rousisi e Ornella Forastefano. Michela Rubiu è morta dopo giorni di agonia per le lesioni inflitte dal compagno; l’assassino di Daniela Florea è stato arrestato subito dopo il delitto. Ma è soprattutto il caso di Tania Terrin a scuotere le coscienze e a imporre domande: è stata uccisa a 39 anni da Dino Keber, l’uomo con cui aveva convissuto e che aveva frequentato per due anni. Una relazione violenta, così riporta la stampa: le percosse, lo stalking, un accesso al pronto soccorso dopo uno strangolamento fino allo svenimento.
Nei confronti di Keber era stato emesso un provvedimento amministrativo: l’ammonimento del questore. Eppure quell’uomo aveva precedenti: era stato denunciato da altre donne nel 2002, nel 2010 e nel 2021. Le querele erano state ritirate.
“Lo strangolamento viene costantemente sottovalutato, perfino nel linguaggio”, mi dice l’avvocata Elena Biaggioni ragionando sui casi di femminicidio. “Le donne spesso minimizzano usando le espressioni ‘mani al collo’ ma è un atto di rimozione talvolta avallato durante i processi. In un’udienza un giudice mi riprese ‘e no! Strangolamento lo dice lei avvocata, la signora ha detto mani al collo’. Da allora arrivo in udienza con le ricerche sullo strangolamento come indicatore di alto rischio di morte per le donne. Un atto estremamente violento. La donna soffoca mentre l’aggressore ha il controllo totale”.
Nel caso di Tania Terrin, un’attenta analisi del contesto avrebbe evidenziato segnali inequivocabili di innalzamento del rischio: lo strangolamento, le minacce di suicidio dell’uomo, la sua recidiva, le foto di un cappio inviate alla vittima che comunicavano sia la minaccia che la colpevolizzazione, “mi uccido”, “ti uccido”. E così è accaduto.
La madre racconta di aver perso la figlia nonostante sette denunce (o telefonate, come dichiara la Procura di Venezia?) fatte ai carabinieri per metterli al corrente di una situazione che non era affatto sotto controllo.
Sarebbe indispensabile attivare un sistema di femicide review una procedura d’analisi multidisciplinare condotta dopo un omicidio di genere per individuare i punti di rottura della rete di protezione. Durante i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, presieduta da Valeria Valente nella passata legislatura, è emerso un dato sconcertante: nella quasi totalità dei casi di donne uccise dopo una denuncia, non era mai stato coinvolto un centro antiviolenza. A ricordarlo è la giudice Paola De Nicola Travaglini, intervistata durante la trasmissione Tutta la città ne parla.
La denuncia da sola non basta. La giustizia ha tempi che non sempre si conciliano con l’urgenza della tutela e le sole misure cautelari non sempre fermano i violenti. Ieri, a Ravenna, un uomo è stato processato per direttissima perché aveva inseguito l’ex compagna fin dentro la Questura con tanto di braccialetto elettronico.
Serve una rete integrata tra forze dell’ordine, magistratura e servizi sociali, ed è indispensabile coinvolgere i centri antiviolenza. Sono presidi che svolgono un ruolo cruciale perché, insieme alle avvocate, monitorano tutto ciò che accade dopo le denunce o lo svelamento: le misure cautelari, i provvedimenti a tutela dei minori, le risorse per consentire alle donne di ricostruire la propria vita e la protezione in casa rifugio quando il pericolo impone l’allontanamento.
Ma non di rado, le istituzioni sono vacanti perché il sistema giustizia e il servizio sociale fanno mancare il sostegno alle donne per stereotipi, pregiudizi, scarsa formazione e, purtroppo, sovraccarico di lavoro e scarso organico.
Le operatrici, lavorando a stretto contatto con le donne, valutano il rischio, ne ascoltano la paura e le accompagnano lungo un percorso complesso. Un cammino fatto di tappe contraddittorie: la minimizzazione del pericolo, l’altalena emotiva, la determinazione a chiudere la relazione intrecciata all’incertezza, e persino il senso di colpa o la compassione verso il maltrattante.
Queste oscillazioni non scalfiscono la credibilità di una donna e non devono essere motivo di giudizi sommari e ottusi. Le vittime di violenza si comportano come i prigionieri di guerra: non tentano la fuga, cercano di sopravvivere e contrattano la loro liberazione anche accettando offerte di conciliazione da parte degli autori di violenza. Promesse di cambiamento che non indicano affatto resipiscenza.
Per questo, nessuna donna che subisce violenza deve essere lasciata sola, soprattutto quando dice basta. Tania Terrin aveva solo una denuncia e un ammonimento del questore in una situazione di altissimo rischio.