Una serie che si vede in streaming (legalmente) su internet. Con un cast quasi tutto femminile. Dove si parla di carcere, razzismo, sesso, omofobia, violenza e speranza. La prima serie in cui una trans, Laverne Cox, non recita il ruolo di una prostituta, ma semplicemente quello di una trans. Stiamo parlando di “Orange is the new black“, la serie dell’estate 2013, una comedy-drama creata da Jenji Kohan (Weeds), prodotta e distribuita online da Netflix.

Piper Chapman, interpretata da Taylor Schilling, è una Waspy (bianca, bionda, classe alto-borghese) di 34 anni, vive a New York, ha una sua ditta di saponi artigianali ed è fidanzata con il dolcissimo e inconcludente Larry (Jason Biggs, Jim di American Pie). Una vita quasi perfetta. Quasi.

Piper dovrà scontare 15 mesi di carcere in una prigione federale femminile. È accusata di aver trasportato una valigia carica di soldi sporchi, aiutando la sua ex fidanzata Alex Vause (Laura Prepon), una trafficante internazionale di droga. Una vecchia storia, tornata a galla improvvisamente. Una storia vera. “Orange is the new black” è tratta dal libro autobiografico scritto da Piper Kerman, che per lo stesso reato ha scontato tredici mesi nella prigione federale di Danbury, nel Cunnecticut.

Il libro è uscito nel 2010 e quando Jenji Kohan l’ha letto non ha avuto dubbi. “Se vai da un grosso network e dici ‘vorrei raccontare la vita delle donne afroamericane, sudamericane e anziane in prigione’ sicuramente non otterrai nulla. Ma con questa questa ragazza bionda dietro le sbarre potrai raccontare la sua storia e quelle di tutte le altre detenute”.

Come quella di Red (la grandissima Kate Mulgrew, che negli anni novanta era il capitano Janeway di Star Trek), ex ristoratrice finita dentro dopo aver scoppiato un seno rifatto a una russa molto ricca, che lavora nella cucina della prigione e può decidere della sorte delle altre detenute. O Nicky, una ragazza lesbica cresciuta con una madre assente e cinica che non si è curata di lei quando è entrata nel tunnel della droga. E la sua quasi-fidanzata Morello, che sta pianificando il matrimonio perfetto col suo ragazzo fuori dalla carcere. O Sophia Burset, una ragazza trans, sposata con un figlio, che è finita dentro per una frode con carte di credito e che tutti i giorni deve fare i conti con un sistema carcerario che non si cura delle necessità mediche delle detenute.

Non si conoscono i reali dati d’ascolto di “Oitnb” ma sicuramente la serie si sta imponendo nel dibattito pubblico. Introducendo nei talk e nei salotti televisivi temi spesso tabù. Sam Chambers, professore associato alla John Hopkins, ha dichiarato al Time che il personaggio di Sophia e “il suo ruolo drammatico sta cambiando il volto della televisione”. I racconti dei frequenti abusi perpetuati dal personale carcerario (in maggioranza maschile) sulle detenute sta facendo discutere della riforma dell’intero sistema. La vera Piper Kerman: “il mio consulente in prigione era davvero ossessionato dalle lesbiche”. E il telespettatore lo capisce fin dalla prima puntata. Come capisce quanto sia facile e imprevedibile finire in isolamento o essere ulteriormente punite mentre si sconta la pena.

“Orange is the new black” è una serie scritta davvero bene, grazie alle battute ciniche di Piper e le altre detenute in pochi minuti si è immersi in un ambiente drammatico in cui le persone lottano per mantenere la propria dignità, coltivare affetti sinceri e superare i propri errori. E le riprese della seconda stagione sono già iniziate.

aggiornato da redazione web alle 15 del 20 agosto 2013