L’ennesimo avvistamento della luce alla fine del tunnel alla prova dei fatti si è rivelata un avvistamento di lucciole, insetti che la tradizione orale popolare mette in guardia dallo scambiare per lanterne.

Al rantolo di crescita registrato in Italia nell’ultimo trimestre del 2013 è seguita un’esalazione di segno meno a inizio 2014. Per contrasto, in paesi dell’Eurozona dove con i piani di salvataggio internazionali si è riusciti a introdurre qualche sia pur stitica riformicchia, l’encefalogramma della crescita ha smesso di essere piatto. In Italia invece la Maginot dei veti incrociati e degli interessi incistati ha resistito mirabilmente alle ubbie rottamatorie e alle boutade di una riforma al mese. Risultato: dopo la peggior depressione in tempi di pace negli ultimi sei mesi l’economia italiana è ancora in surplace (nonstante il photoshop statistico dell’Istat sull’economia sommersa, il deflatore del Pil, le fatture inevase della Pae dei clienti in bancarotta).

Sulle cause i Gatti e le Volpi intonano il Salmo della Spesa Pubblica, innegiando al Campo dei Miracoli dove condurre i burattini contribuenti, e dove, secondo i culti apocrifi di Lord Keynes, non è nemmeno necessario seppellire monete d’oro: basta scavare e riempire buche per diffondere benessere officiando propiziatorie cerimonie dionisiache. Tanto per spiegare a livello da mercato ortofrutticolo in cosa si estrinsecano siffatte ricette, basta moltiplicare per 100 l’Expo di Milano. Per quanto crudo, il metodo fornisce una stima sui risultati delle politiche espansive di marca gregantiana al cui fascino soggiace anche l’establishment forzaleghista specie di rito scajoliano-calabro. Del resto in Italia siamo ben oltre le buche: ci sono gli spalatori di neve a Palermo in agosto, la formazione professionale in Sicilia, i lavoratori socialmente utili a Napoli, i parenti di Alemanno a Roma solo per limitarci ai casi rimasti impressi.

Chi invece si ostina all’inveterato, onesto realismo – nel paese dei Vannoni e dei Frigerio – osserva alcune semplici verità, considerate da Gatti e Volpi alla stregua di bestemmie in Chiesa. Senza l’ambizione di voler distillare al pubblico i proverbiali brevi cenni sull’Universo eccone una breve e non esaustiva antologia negli angusti limiti di spazio concessi ad un post:

1)  Con le tasse non si crea sviluppo. La strategia del torchio perseguita da Tremonti, Monti, Letta e Renzi (gli sgravi temporanei fino a un massimo di 80 euro sono una partita di giro finanziata da maggiori tasse permanenti) è un suicidio. Persino la Francia, ultimo anfratto del socialismo irreale, si è dovuta arrendere.

2)  Per dare un impulso alla crescita occorrono abbattimenti permanenti del carico fiscale a lavoratori e imprese di almeno 50 miliardi a fronte di tagli alla spesa pubblica, soprattutto dove lo spreco regna sovrano:  Comuni, Regioni (le Province dovrebbero essere eliminate) e capitoli di spesa gestiti dai mandarini della burocrazia ministeriale che li disperde nei rivoli clientelari. Ad esempio i Comuni di Napoli e Roma e i tanti in dissesto andrebbero dichiarati in bancarotta. Su quasi 900 miliardi di spese, 50 miliardi è una carezzina che gli accoliti della casta politico-sindacale possono benissimo sopportare. Operato il taglio, la spesa pubblica va bloccata in termini nominali per almeno 5 anni. Ai  ministri riottosi va data la scelta tra tagli orizzontali o piani di riordino da concordare con Cottarelli.

3) Vanno varate drastiche semplificazioni burocratico-amministrative soprattutto negli enti locali, con l’eliminazione di decine di migliaia di leggi inutili e dannose.

4) Le azioni delle municipalizzate, delle Fondazioni bancarie e di altre aziende pubbliche vanno distribuite gratis ai cittadini, magari dando una quota maggiore ai giovani, una quota minore a chi ha un lavoro garantito nel settore pubblico e una quota nulla a coloro con pensioni superiori ai mille euro.

5) Gli edifici pubblici vanno censiti e progressivamante conferiti ad un fondo le cui quote si trasferiscono a tutti i cittadini (i quali possono decidere di tenerle o venderle). Gli amministratori dovrebbero essere eletti dai soci del fondo (in una votazione via internet) e non nominati dai politici.

6)  Per le partite Iva minori, i piccoli esercizi commerciali e le imprese individuali va istituita una contabilità semplificata e un’imposizione fiscale forfettaria in modo da destinare le risorse alle evasioni più cospicue. Lo Statuto del Contribuente deve diventare una legge costituzionale e in particolare le dispute in materia tributaria vanno decise da un giudice terzo e non dai sodali di chi formula l’accusa. Nessun pagamento può essere imposto prima della sentenza.

7)  Chi assume non va trattato come un potenziale criminale. Invece di inseguire modelli di contratti da nido del cuculo e rimanere impiccati allo statuto di 45 anni fa, si lasci che per i prossimi 5 anni siano le contrattazioni aziendali a stipulare i contratti di lavoro. Magari ne usciranno soluzioni pratiche che mettano fine alle guerre di religione sindacale.

8) Invece dello strampalato Piano Giovani (sembra il titolo di un documentario di Ren(z)i Riefenstahl), si lascino libere tutte le agenzie di collocamento come indicato da Ichino.

9) Si centralizzi la gestione dei fondi europei alla Presidenza del Consiglio assumendo gente che parli inglese e che conosca le procedure UE, licenziando al contempo la pletora di funzionari di Palazzo Chigi intenti a girarsi i pollici.

10) Sul pagamento dei debiti della PA deve finire l’ignobile sceneggiata. Se sono debiti contratti in passato vanno inseriti nella contabilità pubblica degli anni di competenza e aggiunti allo stock di debito. Il pagamento non può essere considerato deficit dell’anno in corso. Questo è un motivo valido su cui prendere di petto l’UE. Se sono spese non contabilizzate vanno individuati i responsabili, ma almeno si riconosca nel giro di 2 mesi se sono davvero crediti veri o bufale e li si faccia scontare immeidatamente in banca a un tasso appena superiore a quello che le BCE applica nelle operazioni di rifinanziamento.

Ovviamente nulla di tutto questo accadrà mai, per cui è molto probabile che l’Italia capitomboli verso la terza recessione dal 2008: la strategia degli ineffabili Ministri Tremonti, Monti, Grilli, Saccomanni era incentrata su un unico binario: cercare di spremere al massimo il contribuente e massaggiare i conti pubblici in modo da guadagnare il tempo e la benevolenza sufficiente affinché i tedeschi si accollassero in qualche modo il debito pubblico italico insieme ai parassiti che ci sguazzano. Quel binario conduce al default, non appena il residuo di economia sana, che esportando tiene in piedi la baracca marcia, crollerà sotto il peso delle corruttele e delle inefficienze da voto di scambio.