“Ci vediamo sulla Croisette”. Lontano da Hollywood, il Festival di Cannes è il cinema. Quello grande, che fa la Storia di quest’Arte, benché non sempre pop e quindi visibile alle masse. Ma basta un clic sulla Montée de marche per sentirsi eterni, o almeno crederci. Eccoci dunque alla 67a volta per la rassegna delle rassegne: la fatidica scalinata tirata a lucido regale, i fotografi già in attesa da ore come la folla locale e dei paesi limitrofi. La regalità quest’anno è letterale, essendo il biopic Grace di Monaco del francese Olivier Dahan il film che apre stasera le danze festivaliere che si chiuderanno sabato 24 maggio, un giorno prima per dare la possibilità a tutti gli europei di rimpatriare e votare.

Nicole Kidman nei panni di Grace Kelly in Grimaldi sfida il Mito in casa sua, pur consapevole che il melò non sia stato amato dai famigliari-sovrani del Principato. Ma tant’è, il gossip in circolazione da mesi sul film è linfa vitale dello show biz, ne preserva la sopravvivenza. L’onda lunga di Grace – a Cannes fuori concorso – invaderà quasi istantaneamente i cinema, anche quelli italiani, dal 15 maggio in distribuzione per Lucky Red. Appagati i fotografi, i fans e i media mondiali, il vero inizio del festival coincide con quello dei concorsi ufficiali (il principale, Un certain regard, Quinzaine des Realisateurs, Semaine de la Critique) previsto il giorno seguente. Diciotto i concorrenti nella fatidica “Compétition”: quattro francesi, tre canadesi, due statunitensi e due inglesi, il resto è spartito fra Turchia, Belgio, Giappone, Mauritania, Argentina, Russia e Italia con la nostra Alice Rohrwacher che costituisce una delle due presenze femminili (l’altra è la nipponica Naomi Kawase) in concorso.

Tra i generi prevalgono i biopic: Mike Leigh sul pittore suo connazionale William Turner (Mr Turner), Bertrand Bonello sullo stilista Yves Saint Laurent (Saint Laurent, non approvato dalla famiglia come invece fu il recente di Jalil Lespert), Ken Loach sull’attivista irlandese degli anni ’20 James Gralton (Jimmy’s Hall). Non mancano i thriller più o meno di denuncia (Captives di Atom Egoyan, Timbuktu di Abderrahmane Sissako), i cosiddetti “drama” più o meno ammantati di realismo (il monumentale Winter Sleep del turco Nuri Bilge Ceylan, Deux jours, une nuit dei fratelli Dardenne, il “ceceno” The Search di Michel Hazanavicius) e le opere difficilmente incastonabili in generi se non in quello “d’Auteur”, almeno sulla carta, come il ballardiano Maps to the Stars di David Cronenberg, l’intimo Mommy dell’enfant prodige Xavier Dolan, il programmatico Adieu au Langage di Jean-Luc Godard, il mitologico Leviathan di Andrey Zvyagintsev, l’almodovariano Relatos Salvajes di Damian Szifron ed il magnetico Still the Water della Kawase. Gli Usa si propongono con lavori sulla carta “classici”: se Tommy Lee Jones torna alla regia dopo l’ottimo Le tre sepolture con il western The Homesman (di cui è anche protagonista con Hilary Swank), Bennet Miller cavalca i topoi americani (famiglia, il Sogno, la sfida..) con l’atteso Foxcatcher.

Se è certo e tradizionale che le vere sorprese arriveranno da Un Certain Regard e dalle sezioni parallele, anche in tali contenitori non mancano “attrazioni fatali”, almeno in termini di curiosità per cinefili e media: andando in ordine sparso, l’esordio di Ryan Gosling alla regia con Lost River e della bellissima attrice francese Melanie Laurent con Respire, la conferma di Mathieu Amalric a suo agio dietro la macchina da presa (La chambre bleue), il ritorno di Wim Wenders stavolta in versione documentarista sulle tracce del fotografo Salgado, The Salt of the Earth. Ma anche del grande maestro Frederik Wiseman attento a scoprire i segreti della National Gallery di Londra, come del gitano Tony Gatlif su Géronimo e del tradizionalmente epico Zhang Yimou con Gui Lai.

L’Italia c’è. E punta sui giovanissimi. Sembra un caso – o forse non lo è – che i tre film tricolore sparsi tra concorso (Le meraviglie di Alice Rohrwacher), Un Certain Regard (Incompresa di Asia Argento), Semaine de la Critique (Più buio di mezzanotte di Sebastiano Riso) abbiano come protagonisti dei bambini o pre-adolescenti. Tutti alla ricerca (per lo più inconscia..) di un’identità all’interno dell’inevitabile Caos creato dagli adulti, e tutti sognatori come è giusto che siano. Faranno loro compagnia e protezione alcune leggende del nostro Grande Cinema: la mostra Backstage at Cinecittà, Sophia Loren attesa sulla Croisette per il restauro di Matrimonio all’Italiana (Cannes Classics) curato dalla Cineteca di Bologna, e due film dalla trilogia del dollaro di Sergio Leone con 8 ½ di Federico Fellini (Cinéma à la Plage) faranno da numi tutelari ai nostri giovani cineasti.