La prima volta, a Maastricht, il 28 aprile, aveva vinto di misura e senza proprio convincere, un 6 pieno, con un 6- agli altri. Questa volta, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, ha vinto a mani basse: in termini ciclistici, visto che è appena cominciato il Giro d’Italia, era già sotto la doccia quando sono arrivati gli altri, un Martin Schulz scialbo, un Jean-Claude Juncker imbarazzante -a tratti, farfugliava-, un José Bové che pare uscito da una pubblicità del Parc Astérix nelle stazioni della metropolitana a Parigi.

Guy Verhofstadt, liberale, fiammingo, ex premier belga, federalista convinto, presidente del gruppo liberale e democratico al Parlamento europeo, è stato il più bravo su tutti i fronti, dialettici e sostanziali, nel secondo dibattito fra i candidati alla presidenza della Commissione europea –ancora assente Alexis Tsipras, il leader di Syriza, il campione della sinistra euro-critica, che ci sarà al terzo e ultimo dibattito, a metà mese.

Rispetto all’esordio, migliore l’allestimento e anche la conduzione del dibattito di RaiNews, meno frenetica e confusa di quella di EuroNews. E pubblico d’eccezione in sala: il presidente Napolitano, cardinali, ministri, una folla, passato e presente più che futuro.

Mentre Schulz e Juncker, i favoriti, traccheggiavano, badando a non inciampare e a non farsi l’un l’altro lo sgambetto , Verhofstadt tirava diritto, in sella al cavallo di battaglia della sua campagna, una Commissione europea che non sia segretariato del Consiglio dei Ministri dell’Ue, cioè un cane da riporto dei Governi dei 28, ma che guidi il processo d’integrazione, come avveniva ai tempi, ormai mitici, di Jacques Delors (e un pochino pure sotto la presidenza di Romano Prodi).

Forte di una sua linea, e di una legittimità conferitagli dall’indicazione popolare e dall’investitura del Parlamento, il presidente dell’Esecutivo di Bruxelles dovrebbe guidare l’Unione a rilanciare crescita e occupazione, sfruttando a pieno la dimensione europea nei settori dei trasporti, dell’energia, della banda larga, della difesa, specialmente della difesa; dotando l’Ue di risorse; e seppellendo, così, nazionalismi e populismi, sotto la “nuova ondata” di un’integrazione concreta ed efficace, che profitti ai cittadini.

Nell’appello finale, il fiammingo Verhofstadt ha sfoderato un buon italiano e il liberale Verhofstadt ha quasi scippato al socialdemocratico Schulz e al cristiano-sociale Juncker il tema occupazione: “Le mie tre priorità? Lavoro, lavoro, lavoro”. Anche sulla flessibilità, rispetto ai criteri dei vari Patti stretti fra i28 intempi di crisi e di rigore, l’ex premier belga è stato meno cauto dei rivali –ma nessuno intende permettere ai governi d’allargare a piacere i cordoni della borsa e di fare aumentare il debito-.

Troppo impegnati a marcarsi l’un l’altro, e quasi mai preoccupati di smarcarsi l’uno rispetto all’altro, Schulz e Juncker hanno costantemente camminato l’uno sulle orme dell’altro e spesso assorbiti dai tecnicismi più ostici della costruzione europea (il ‘modello comunitario’ contrapposto al ‘sistema inter-governativo’, l’intreccio dei poteri delle Istituzioni), temi non facili per gran parte dei cittadini.

Molto probabilmente Verhofstadt non sarà presidente della Commissione, anche perché i liberali usciranno indeboliti dal voto –e, in Italia, la lista che l’appoggia resta, nei sondaggi, sotto la soglia del 4%-. A meno che l’equilibrio dei seggi tra socialisti e popolari non favorisca l’elisione di Schulz e Juncker e una soluzione di compromesso. Ma, a giudicare dai dibattiti, un esecutivo Verhofstadt avrebbe più grinta e più idee: sarebbe di stimolo ai Governi, proverebbe a dare risposte ai cittadini, potrebbe risvegliare l’Europa e rilanciare l’integrazione.

Giudizi provvisori. La prossima settimana, si replica, con Tsipras in campo.