Una storia assurda, kafkiana, degna del Comma 22 (“Chi è pazzo può essere esentato dalle missioni di volo ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo“) eppure è reale e avviene in quella che dovrebbe essere l’Europa senza frontiere, dove il diritto di circolare e soggiornare liberamente in un altro paese dell’Unione è sancito dai Trattati.

Questa è la storia di una ragazza francese che decide di venire a vivere in Italia. Il suo Paese gli garantisce, come ogni Paese civile che si rispetti, degli standard sociali che il nostro si sogna, ma non è per interesse che ha deciso di partire.

Valicate le Alpi i primi incontri sono quelli con la pubblica amministrazione per le pratiche burocratiche d’obbligo (Centro per l’impiego, Ssn/Asl, Comune…) e si sa, la burocrazia è brutta e antipatica un po’ ovunque ma… in Italia lo è in modo particolare e sembra accanirsi sugli “stranieri” (compresi i cittadini Ue).

Quello che doveva essere un normale percorso burocratico infatti si trasforma per la cittadina francese in una vera e propria odissea che non sembra avere fine.

Al centro per l’impiego vi si dovrà recare non meno di tre volte, anticipando sempre di più l’orario di arrivo fino a svegliarsi all’alba in quanto il sistema organizzativo fa acqua da tutte le parti e consiste nel dover fare la fila per la fila dopodiché servite le prime 20-30 persone (“furbi” che arrivano ultimi superano gli altri per accaparrarsi il biglietto) si deve tornare il giorno seguente (e ricominciare da capo). Questo non per ottenere chissà quale privilegio o sussidio ma semplicemente per potersi iscriversi come “persona in cerca di lavoro”. Passo indispensabile per poter accedere al successivo (o almeno tentare): l’iscrizione al Sistema Sanitario Nazionale (Ssn/Asl).

Ed è proprio ora che viene “il bello”: all’Asl. Dopo un’altra interminabile fila di ore, con il tanto agognato certificato di iscrizione al centro per l’impiego alla mano alla ragazza viene detto che non può iscriversi perché, se per un italiano l’iscrizione al centro per l’impiego basta, il cittadino europeo deve aver lavorato per almeno un anno in Italia!

Questo in violazione alle più basilari norme europee che disciplinano il principio di parità di trattamento, divieto di discriminazione e la libertà di circolazione e soggiorno all’interno dell’Unione Europea.

E così la cittadina europea si vede negata l’assistenza sanitaria nonostante risieda in Italia, questo almeno secondo la logica. Per la pubblica amministrazione italiana infatti lei non è residente in Italia ma nel suo paese d’origine (o forse da nessuna parte) perché la “residenza” viene intesa come iscrizione anagrafica (per la quale c’è bisogno dell’iscrizione all’Asl, e qui il circolo vizioso infinito) e non come diritto soggettivo dato dalla presenza stabile sul territorio nazionale (come inteso dalle norme europee e ribadito anche dalla Cassazione).

Senza iscrizione al Ssn niente assistenza sanitaria e senza residenza niente diritto di voto. La beffa arriva dal Consolato del suo paese che per l’iscrizione come residente all’estero le chiede… l’attestato di residenza del Comune italiano (Sic!). 

Queste vicissitudini non hanno fatto perdere d’animo la ragazza che è intenzionata a portare il caso all’attenzione delle Autorità Europee.

Una storia che mostra il livello di ignoranza presente nella pubblica amministrazione riguardo l’Europa le sue norme e dimostra come ci sia ancora tanto da fare per arrivare a quell’Europa dei cittadini sognata dai padri fondatori.