Reading, 30 agosto 1992. Kurt Cobain entra in scena su una sedia a rotelle e indossando un camice da paziente di ospedale, sbeffeggiando così le voci che nei giorni precedenti lo vedevano protagonista dell’ennesima caduta causata dall’eroina. L’inizio è un vero e proprio bombardamento, “Breed” mette subito in chiaro la potenza che verrà sprigionata da lì alla fine.

A metà concerto si assiste a quella che era la vera essenza di Kurt Cobain: “Smells Like Teen Spirit” – che si apre con l’ironico omaggio a “More Than A Feeling” dei Boston –  vede l’iniziale solo di chitarra completamente sbagliato e fuori tono. Difficile pensare a un errore, ma piuttosto di una dissonanza volutamente portata avanti da Cobain. La volontà di destrutturare anche solo per un istante ciò che aveva portato i Nirvana nell’olimpo delle grandi rockstar; ciò che da subito venne innalzato a vero e proprio inno generazionale, meritava di venire almeno in piccolissima parte sfregiato. “Welcome To The Machine” cantavano i Pink Floyd in un lontanissimo 1975, la “macchina” era quella dell’industria musicale, pronta a spremere e dettare direzioni agli artisti, al fine di fare cassa.

 

I Nirvana – distanti anni luce dalla filosofia e dal modo di fare musica dei Pink Floyd –  non saranno un’eccezione e il peso del successo guadagnato in pochissimo tempo, sarà uno dei tanti fattori che andranno a scalfire ulteriormente un animo fragile, ma sicuramente non ingenuo, come quello di Kurt Cobain. L’ascesa e declino dell’artista – con i vari parallelismi e collegamenti cristologici che ne derivarono –  il fatto di aver fermato per sempre il tempo decidendo di togliersi la vita all’apice del successo, il 5 aprile 1994 a Seattle, hanno fatto in modo che con il tempo la sua figura sorpassasse l’importanza o meno della musica dei Nirvana. Non è un caso che a soli pochi giorni dalla ricorrenza del ventennale dalla morte, siano state pubblicate nuove foto della scena del suicidio: a quanto pare a distanza di vent’anni, un agente di polizia ha trovato altri quattro rullini all’interno del file riguardante Cobain. Senza ombra di dubbio, l’accanimento morboso da parte dei media (e non solo) che iniziò ad avvolgere il leader dei Nirvana è l’unico elemento che sopravvive ancora oggi.

Il cartello di benvenuto di Aberdeen vede sotto di sé un ulteriore cartello che recita “Come As You Are”. Si finisce spesso con il credere che sia Seattle la città natale della band, quando invece questa è solo l’ultima tappa, la più importante per quanto riguarda l’ascesa del gruppo. Prima di Seattle ci sono state la già citata Aberdeen – dove Cobain e Novoselic nascono e danno vita alla prima formazione dei Nirvana – e Olympia, cittadina di nicchia dal punto di vista musicale, dove il successo veniva osteggiato. Il passaggio da una realtà come quella di Aberdeen –  a detta dello stesso Cobain l’aspirazione massima per un giovane era quella di diventare boscaiolo, attività lavorativa prevalente – a quella di Seattle, risulta vincente.

La scena musicale alternativa – che tra gli altri vedeva Mudhoney, Soundgarden, Green River e Skin Yard – sembrava crescere e a supporto delle band si fece avanti un’etichetta che fino a poco tempo prima era una semplice rivista, la SubPop. Il grunge (il rock alternativo), aveva messo radici e sarebbe esploso come una mitragliata sonora all’indirizzo del decennio precedente che si era caratterizzato per la prevalenza dell’estetica sulla sostanza e i Nirvana, a torto o ragione, diventeranno gli esponenti di spicco di un genere che una volta raggiunto il successo diventerà a sua volta moda: le camice di flanella, indossate da Kurt poiché tipiche della sua città natale, spopoleranno tra i giovani. I Nirvana, così come i R.E.M. prima di loro, porteranno a galla un genere che stava fermentando sempre di più nel sottosuolo.

“Nirvana were their generation’s greatest voice, and continue to be”. Thurston Moore dei Sonic Youth (band che insieme ai Pixies e ai Beatles trovava l’adorazione di Cobain) descrive così la band che con soli tre album ha dato vita all’ultima rivoluzione rock.

Uno dei meriti di Kurt Cobain, è stato quello di aver saputo veicolare la propria angoscia esistenziale all’interno di canzoni che viaggiavano sul doppio binario di testi intrisi di storie vissute e musiche quasi mai prive di una ricerca melodica. Lo stesso Cobain affermava di voler creare una musica a metà tra i Black Sabbath e i Beatles. Sulla scia dei Pixies, c’`e sempre stata una forte attenzione a determinate dinamiche: “Smells Like Teen Spirit”, “Pennyroyal Tea”, “Heart-Shaped Box” sono l’esempio perfetto di come si sia cercato di giocare con il dinamismo forte-piano. Il sound marchio di fabbrica dei Nirvana non è soltanto la violenta batteria di Grohl o gli accordi e le note in distorsione di Cobain, ma sono anche quelle semplicissime costruzioni armoniche e melodiche di Kurt, quelle note tanto pulite quanto alienanti, un tratteggio breve e preciso che ci lascia galleggiare per un po’ prima di farci sprofondare di nuovo (“All Apologies”, “Come As You Are”, per citare due esempi).

Togliendosi la vita, Cobain ha cristallizzato e chiuso un periodo; parlare di influenze successive appare estremamente difficile, poiché paradossalmente la sua morte sembra aver influenzato molto di più della sua musica. Questo non vuol dire che i giovani di ogni nuova generazione, naturalmente inclini a sintonizzarsi – almeno in maniera figurata – in quella “Left Of The Dial” raccontata dai Replacements, non si imbatteranno nello “spleen” dei Nirvana: le sofferenza giovanili spesso non temono distinzioni generazionali.

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