La scorsa settimana, quando le proteste di piazza s’apprestavano ad entrare, ormai, nel loro quarantesimo giorno di vita (e quando quasi a 40 era arrivato anche il conto dei morti ammazzati), è finalmente sbarcata a Caracas la commissione che l’Unasur (Unión de Naciones Suramericanas) ha appositamente allestito al fine di ‘accompagnare’ il Venezuela nel suo “dialogo di pace” (o, volendo esser più realisti, nell’isterico soliloquio che così è stato battezzato dal governo bolivariano). Ed il presidente Nicolás Maduro ha da par suo accolto i graditissimi ospiti offrendo loro una prelibatezza locale. Anzi, deliziandoli con la più prelibata – e, proprio per questo, forse, la più abusata – delle specialità di ‘Chez-Chávez”: il ‘golpe du jour. Ovvero: il racconto d’un colpo di Stato in pieno corso di svolgimento (o ‘en desarrollo’, come lo ha definito Maduro), ma già eroicamente sventato.

‘Non vorrei sorprendervi – ha detto agli illustri ministri degli esteri il presidente venezuelano (vedi video) – ma non posso non raccontarvi come, grazie alla poderosa morale delle nostre Forze Armate Bolivariane, la notte scorsa siano stati arrestati tre generali dell’aviazione’. I tre alti ufficiali, ha aggiunto il presidente venezuelano, sono stati scoperti in virtù della vigilanza di altri ufficiali, “giovani e meno giovani”, ed erano ‘in contatto con alti esponenti dell’opposizione…’.

I ‘golpe du jour’ elaborati nelle cucine chaviste sono notoriamente (vedi a tal proposito, cliccando qui, qui e qui, alcuni dei post che già ho dedicato al tema) pietanze leggerissime, pressoché impalpabili (fantomatiche, le definisce qualcuno). Tanto leggere, in effetti, che, quasi sempre vengono digerite quando ancora si trovano nel cavo orale e, talora, ancor prima d’esser masticate. Le vedi nel piatto e, un istante dopo, non le vedi più, di norma senza riuscire fino in fondo a capire se sono scomparse perché te le sei mangiate o, più probabilmente, perché non sono mai esistite. Un po’ – per intenderci – come il fumo dell’arrosto citato in uno dei più celebri detti popolari.

E nulla lascia fin qui credere – a meno, naturalmente, che Maduro non abbia, per una volta, davvero in serbo un’autentica ed autenticamente sbalorditiva ‘sorpresa’ – che la storia dei ‘tre generali’ sia un’eccezione alla regola. A una settimana, ormai, dalla ‘clamorosa rivelazione’ dell’apostolo Nicolás, infatti, ancora non si sa né chi siano i tre generali ‘messi a disposizione della giustizia militare’, né in base a che piani stessero complottando, né, tanto meno, chi fossero gli ‘alti esponenti dell’opposizione’ con i quali i tre felloni andavano tramando. Anche se si può senza alcun rischio scommettere che, tra questi ultimi vi sia quell’altro (o quel medesimo) ‘alto esponente dell’opposizione’ che, poco più d’un mese fa, (vedi video), in un altro dei suoi ‘golpe du jour’ trasmessi in diretta tv, il presidente venezuelano accusò, d’essere il mandante di un omicidio provvidenzialmente evitato dall’intervento della guardia nazionale. Qualcuno forse non l’ha dimenticato. Secondo Maduro, un gruppo di cospiratori guidato, per l’appunto, da un alto dirigente dell’opposizione, aveva deciso – in un classico ‘auto-attentato a fini sovversivi’ – d’assassinare Leopoldo López mentre si consegnava alla giustizia (se giustizia si può ancora chiamare quella che vige in un paese dove, come nel caso di López, si finisce in carcere per promuovere marce di protesta).

Tutto ‘provato’, naturalmente. Tutto – il nome del mandante, quello di sicari, i dettagli della trama e l’arma del delitto – prossimo ad essere rivelato. Ed anche tutto da tempo dimenticato o, come le ulteriori rivelazioni, semplicemente ‘omesso’. Tutto già digerito e metabolizzato. Tutto finito in quello che, suscitando le ire dei chavisti di casa nostra, mi sono permesso di definire il ‘cimitero delle frottole’, surreale luogo di rottamazione della verità, inaugurato, nel lontano 1999 (l’anno zero del chavismo) con la storia – ovviamente raccontata in diretta televisiva dal medesimo ‘comandante supremo’, con tanto d’esposizione dell’arma del mancato delitto – dell’arresto d’un sicario che, in quel di Puerto Ordaz, intendeva assassinare Hugo Chávez. Quel sicario – scoprirono, mesi dopo, quanti si presero la briga di frugare sotto le coltri del silenzio ufficiale – non era, in realtà, che un contadino a caccia di fringuelli. Ed oggi – quindici anni ed oltre settanta golpe e ‘magnicidi’ fasulli dopo – quell’umile campesino potrà con ogni probabilità metaforicamente incontrarsi, da pari a pari, o se si preferisce da falso golpista a falso golpista, con tre decoratissimi generali dell’aviazione. Non v’è dubbio alcuno: almeno qui, nel ‘cimitero delle frottole’, il chavismo è davvero riuscito a ridurre le diseguaglianze che, prima della Luce, affliggevano il Paese…

E fuori dal cimitero? Qui la situazione appare molto meno rosea. Perché c’è gente, nel Venezuela reale, che al cimitero ci finisce davvero (i morti nel corso delle proteste di piazza sono ormai 39 e, proteste a parte, il tasso di omicidi è uno dei più alti del pianeta). Perché c’è un paese che, polarizzato e violento, avrebbe davvero bisogno d’un ‘dialogo nazionale’, reso tuttavia irraggiungibile ed impraticabile da un governo che, nel nome d’un leader deificato, identifica se stesso con la Nazione. Quello che sta accadendo Venezuela, non è, temo, il preludio d’alcuna primavera. È, piuttosto – come il sommarsi delle menzogne ben dimostra – parte d’un convulso crepuscolo oltre il quale non c’è che la notte.