Dieci esplosioni in quattro treni diversi: 191 morti, 2000 feriti, 29 imputati. Uno solo, Jamal Zougam, condannato come autore materiale dell’attentato terroristico più violento della storia d’Europa, avvenuto l’11 marzo 2004. Migliaia di famiglie spezzate, vite rotte, matrimoni mai celebrati, progetti di lavoro mai realizzati, sogni incompiuti. Fratelli e amici perduti per sempre. Dieci anni non sono niente a Madrid. Si respira ancora tanto rabbia e tanta tristezza. Rabbia perché l’alba di ogni 11 marzo ricorda agli spagnoli che la verità continua ad essere lontana. Tristezza per una società ferita a morte: centinaia di persone ogni giorno vanno in terapia. Soffrono di allucinazioni, depressione, ansia, insonnia, paura. Poi c’è lei, Laura Vega: aveva 26 anni e quella mattina stava andando a lavoro quando una delle esplosioni nella stazione centrale di Atocha la fece balzare in aria. Oggi è in stato vegetativo, secondo quanto conferma l’associazione 11M vittime del terrorismo. Come un filo rosso, tra la vita e la morte, tra passato e presente. Forse anche lei in attesa di capire qualcosa in più sull’attentato che ha diviso la Spagna in due.

I fatti
Prima delle 7: Avvistato ad Alcalá de Henares un furgoncino Renault bianco che trasporta borse e zaini pieni di artefatti esplosivi.
Dalle 7.01 alle 7.04: Otto cariche esplosive vengono collocate nei vagoni che, in base al senso di marcia, occupano la prima, la quarta, la quinta e la sesta carrozza dei treni 21431 e 17305 con partenza da Alcalá de Henares.
7.10: altre quattro cariche vengono collocate nel treno 21435 con partenza da Alcalá de Henares alle 7.10, unico treno con vagoni a due piani.
7.14: Jamal Zougam colloca una bomba nel quarto vagone del treno 21713 sempre con partenza da Alcalá de Henares.
7.37: Stazione di Atocha. Scoppia la prima bomba sul treno 21431, fermo al binario 2.
7.38: Stazione di Atocha. Scoppia la seconda bomba sul treno 21431, fermo al binario 2.
7.38: altre due bombe, collocate al piano superiore dei vagoni 4 e 5 del treno 21435 esplodono alla fermata El Pozo.
7.38: L’esplosivo collocato da Zougham esplode quando il treno era fermo al binario 1 alla fermata Santa Eugenia.
7.39: scoppiano altre quattro bombe nel treno 17305 all’altezza della calle Telléz, a Madrid.
7.37: prima chiamata al 112. Nei 27 secondi successivi il centralino riceve più di 168 chiamate.
7.45: due agenti sono i primi ad accorrere. La prima ambulanza arriva alla stazione El Pozo per una possibile collisione tra due treni.

Le 72 ore successive
Nessun altro avvenimento ha diviso così tanto la società spagnola come l’attentato dell’11 marzo 2004. Quando esplodevano le bombe, i due principali partiti, il partito popolare che allora governava, e il partito socialista con a capo José Luis Zapatero, avevano stipulato un patto contro il terrorismo. Quell’accordo, voluto da Zapatero, aveva permesso un’apertura importante nella lotta contro l’Eta, l’organizzazione terrorista dei Paesi baschi.

Il giorno dopo l’attentato qualcosa andò male: Zapatero voleva convocare il patto antiterrorismo, ma José María Aznar, allora presidente del Consiglio, rifiutò. A poche ore dalle elezioni del 14 marzo 2004, il governo, senza mezzi termini, dichiarò che il mandante dell’attentato di Atocha era l’Eta. Una grave accusa che avrebbe giocato a favore del Pp alle urne, contro un Psoe che in quel periodo mediava coi terroristi di Batasuna. Quando vennero fuori i primi indizi su una possibile mano islamica il partito socialista fece di tutto per dimostrare che il governo di Aznar mentiva. Il 14 marzo vinse Zapatero, la pista dell’Eta venne ridimensionata, ma si commisero tanti errori, troppi, a partire da un’indagine politicamente pilotata.

Il ricordo
“Ero sul treno come tutti i giorni, leggevo il giornale. Il treno si fermò prima di arrivare in stazione, vicino calle de Téllez. Ricordo il rumore sordo, un forte colpo alla testa mentre cadevo all’indietro”, racconta al fattoquotidiano.it Eloy Morán, 65 anni, funzionario pubblico in pensione che come ogni mattina andava dal vicino paese di Alcalá de Henares, dove vive ancora, agli uffici di Madrid. “Sentivo un dolore insopportabile, una pressione sempre più forte alla testa, come quando si gonfia un palloncino. Volevo morire. Poi però la pressione è cominciata a decrescere. Volevo alzarmi ma non ci riuscivo. Ho aperto gli occhi, non mi sono accorto che dall’occhio sinistro non vedevo più: l’intero vagone era distrutto, al buio. Un momento prima era pieno di persone, un momento dopo non c’era più nessuno. Silenzio. Nessuno correva, nessuno gridava, nessuno chiedevo aiuto. Silenzio assoluto. Mi sono rassegnato ad aspettare i soccorsi. Salirono delle persone accorse dalle vicine case e mi portarono fuori dal vagone. Non avevo più i pantaloni, né i calzini, mi mancava una scarpa. Avevo bruciature ovunque, ferite e sentivo molto freddo”.

Eloy Morán non vede da un occhio e ha difficoltà al canale uditivo sinistro. Per mesi non è uscito da casa. Poi ha deciso di andare da uno psicologo, prendere la lista di tutte le persone coinvolte e chiamarle una per una. Nessuno era stato contattato dallo Stato. Oggi è membro della consiglio direttivo dell’associazione Ayuda11M, con oltre 600 iscritti. Non viaggia più in treno. A dieci anni dall’attentato vuole solo una cosa: sapere chi ordinò, eseguì e preparò fisicamente l’attentato.

La sentenza mancante
“Dieci anni dopo, non sappiamo chi ordinò la strage dell’11M”. A parlare è il giudice Javier Gómez Bermúdez che ha emesso la sentenza. Nell’intervista esclusiva rilasciata al quotidiano El Mundo la parola chiave è il dubbio. Dopo 310 ore di processo, il bilancio sull’attentato di Atocha non è completo: un condannato come autore materiale (Jamal Zougam) due soci (Otman el Gnaoui e Emilio Suárez Trashorras), nove membri di un’organizzazione terrorista – senza relazioni diretta con l’attentato – tre condannati per traffico di esplosivo e due per falsa documentazione. Nel luglio 2008 il Tribunal Supremo rivedeva la sentenza. Assolveva quattro condannati, ridimensionava cinque pene e condannava un assolto. Sostenne che gli autori avevano una “dipendenza ideologica” con Al Qaeda, anche se non c’era “alcuna relazione di carattere gerarchico con altri gruppi o dirigenti di questa organizzazione”. A oggi, quattro dei condannati sono già fuori dal carcere, un quinto uscirà la prossima settimana.

L’11M ha la sua sentenza, ma piena di dubbi sugli autori diretti, i mandanti, l’arma impiegata e tutta una serie di errori in merito alle perizie tecniche che gettano ombre. “C’è una sola verità: il numero dei morti e dei feriti, tutto il resto è menzogna”, dice arrabbiato Eloy Morán che stamattina partecipa al primo funerale di Stato nella cattedrale dell’Almudena.

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