Il Ministero dell’Interno dà i numeri: 177 sono forse le donne uccise ma non sono di certo tutti femminicidi. E se non si analizzano i delitti considerando le reali cause di ciascuno si fa solo inutile retorica, si spinge per ulteriori provvedimenti da mettere in atto ancora sulla scia dell’emergenza e si evita di affrontare le questioni sul terreno sociale, economico, culturale, preventivo. La logica del gonfiare, in buona fede, i numeri regala legittimità per altra repressione, per altre finte soluzioni e lì sarebbe da ricordare che avevamo detto, in tante, che la legge sul femminicidio fa evidentemente schifo e che a parte che siglare parentesi repressive per i movimenti con l’uso dei militari nei cantieri e nelle piazze poi non serve proprio a niente.

Inoltre c’è da dire che i delitti bisogna guardarli bene, uno per uno, e capire esattamente dove sta il problema e io che ho letto tutta la rassegna, giorno per giorno, per un anno intero, così come probabilmente l’hanno letta altr*, so che perfino tra quelli che talun* definiscono femminicidi si parla di problemi che hanno molto a che fare con l’assenza di reddito e l’assenza di servizi territoriali di riferimento che possano dare una mano in casi di disagio e anche di precarietà. Perché c’è differenza tra chi usa quelle vittime per galvanizzare le platee di gente che così immagina di avere il diritto di stigmatizzare chiunque non pronunci almeno tre volte al giorno, in preghiera, il termine femminicidio, e chi come me e altre, sono certa, ha in mente di salvare quelle persone, tutte quante, e di provare, accidenti, a fare qualcosa che sul piano culturale possa essere utile a capire, analizzare, lucidamente tutto quel che c’è da analizzare per poi decidere cosa fare.

Gli eserciti non servono perché non te li porti in tasca. Il paternalismo di governo francamente diventa sempre più temibile perché a parte la legge già partorita, e poi il piano dei percorsi rosa, centralizzati grazie all’impegno della consulente per la violenza di genere Rauti, in cui sostanzialmente si braccano le donne nei pronto soccorsi e si impone loro di andare dritte verso la denuncia senza che neppure siano stati coinvolti i centri antiviolenza, giacché in realtà un percorso così che lede il diritto all’autodeterminazione delle donne che dovranno essere protagoniste della propria liberazione quei centri antiviolenza non lo amano proprio per niente, a parte questo, dicevo, non si capisce che altro vorranno fare.

L’irrevocabilità della querela è già un orrore di sovradeterminazione e non sortisce che l’effetto di vedere eventualmente diminuire le denunce e aumentare il tasso di omertà e se vi venisse in mente di proporre la querela d’ufficio e ancora una volta la delazione sarà il momento in cui delle donne non si troveranno più neppure i corpi. Vedrete che succede a non ascoltare la gente che di questo si occupa e che non c’entra nulla con la militarizzazione delle vite, le coscienze, perfino le memorie.

Ma tutta la giornata dell’otto marzo, in fondo, è stata all’insegna del paternalismo di Stato che ha premiato pure alcuni uomini per azione di salvataggio donne e dunque eccola ancora l’iniezione di autostima al patriarcato buono, ché è quello che dovrebbe sostituire quello cattivo, invece che investire nell’autonomia e nella forza delle donne. E poi ancora, dobbiamo vedere i baciamano, le rappresentanti istituzionali che sulla scia dell’emergenza che riguarderebbe le donne uccise tornano a ribadire la presunta utilità e l’orribile richiesta di quote rosa, e tutto questo, perdonate, ma mi sembra veramente squallido. Come se sulla mia bara banchettassero famelici branchi di persone che senza chiedermi cosa voglio e cosa vorrei costruire per domani stabiliscono di darsi spazio per nuove iniziative ancora in mio nome.

Bruttissima giornata, l’otto marzo, non fosse per quel che raccontavo ieri a conclusione di una rassegna di lotte che per fortuna hanno attraversato l’Italia anche se i media raccontano tutt’altro. Leggete quello che è successo per le strade e piazze perché così vi viene il buonumore, perché per il resto, che tristezza, è veramente tutto un grande orrore. Leggete poi la rassegna stampa dei delitti di genere e qui quelli che vengono definiti femminicidi. Dato che non esiste un osservatorio nazionale chiunque faccia rassegna ha un criterio proprio per contarli e dunque potete consultare anche la conta della Casa Donne bolognese. In ogni caso non arriverete mai alla cifra che v’ha detto il ministero.

E’ dura constatare tanta ignoranza sulla questione dato che hanno perfino istituito una task force. Dura ma tant’è, non sono affatto sorpresa. Un osservatorio per la violenza di genere, questo serve, egregio ministro Alfano, se proprio vuole fare qualcosa. Però smetta di considerare solo le femmine perché “femminicidio”, per quanto il termine non mi piaccia dato che rimanda all’esser donna quando siamo in tempi queer e dato che è diventato l’utile strumento di legittimazione per retoriche etero/familiste di gente antiabortista e omofoba, in ogni caso non significa ammazzatina di femmine. Sarebbe utile che nell’osservatorio ci fosse anche la conta dei delitti di uomini, gay, lesbiche, trans, bambini/e, uccisi per le medesime ragioni: cultura del possesso, cultura patriarcale, quel che riguarda i delitti omofobici e transfobici, osservando in quanto vittime le sante e le puttane, le sposate anziché no, e dunque basta con ‘sto fatto che la faccenda riguarderebbe solo santissime femmine maritate con figlioli o donne incinte perché non se ne può davvero più.

E a proposito: violenza di genere è quella violenza che viene realizzata in relazione al ruolo di genere che ti si impone. Dunque ogni volta che si vota per rendere inutile la legge 194, per esempio, si realizzano le condizioni che consentono la realizzazione di episodi di violenza di genere. Privare le donne della libertà di scelta è violenza di genere. Non avere rispetto delle persone quando queste vorrebbero dire no e scegliere chi amare è sempre violenza di genere. Non avere rispetto dell’autodeterminazione di chi viene ostacolato nelle proprie decisioni su chi essere, diventare, se partorire oppure no, se fare sesso, quando, dove e con chi, se essere costretto a rivestire il ruolo che per genere gli è imposto, tutte queste cose costituiscono fattori scatenanti della violenza di genere. Non realizzare politiche economiche che consentano alle persone, alle donne, di avere reddito, significa che queste persone saranno sempre economicamente dipendenti, perciò se anche volessero andare via per sfuggire alle violenze non potranno farlo. Ecco, anche privare le persone della necessaria autonomia economica è violenza di genere. Possibile che queste cose la sua consulente non gliele abbia dette mai? Magari consultare anche qualcun’altr@?