“Oggi la Georgia, domani l’Ucraina, dopodomani i Paesi baltici. E poi, chissà, magari toccherà anche alla Polonia”. Parole del presidente polacco Lech Kaczyński scomparso nel 2010 in un incidente aereo, pronunciate durante una manifestazione antirussa a Tbilisi, in pieno conflitto russo-georgiano del 2008. Il leader polacco era noto per la sua antipatia verso la Russia, ma aveva previsto che le ambizioni geopolitiche di Mosca si sarebbero allargate sempre di più sui Paesi dell’ex “blocco sovietico”. La galassia degli Stati non riconosciuti che si spande dal Caucaso (Nagorno Karabakh) all’Europa dell’Est (Transnistria) potrebbe ora includere anche la Repubblica autonoma di Crimea.

Il governo presieduto dal nuovo capo, il filorusso Sergey Aksyonov, si è affrettato ad anticipare al 30 marzo il referendum sullo status della repubblica. A prescindere da un intervento ufficiale dell’esercito russo sulla penisola, non cambierà il risultato del voto che sembra già volgere in favore di Mosca. Mentre il senatore americano John McCain si dice pronto ad una nuova “guerra fredda” con la Russia, e la “cortina di ferro” sembra alzarsi di nuovo per dividere il mondo a metà tra il blocco filorusso e pro-americano, alcuni esperti dell’Ucraina frenano questa retorica. “La Crimea è un caso a parte”, spiega a ilfattoquotidiano.it Alexey Vlasov, tra i massimi esperti della materia e vice preside della facoltà di Storia dell’Università statale di Mosca. All’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), da dove è appena tornato, molti colleghi concordano con lui sul fatto che la questione della Crimea esiste e andrebbe risolta. “I diritti dei cittadini russofoni della Crimea che sono stati promessi dopo il crollo dell’Urss, in realtà non sono mai stati garantiti”, osserva lo studioso.

L’autonomia della repubblica è stata sancita dalla Costituzione del 1998, ma Vlasov sostiene che valga “solo sulla carta”. La soluzione, secondo l’esperto, potrebbe essere quella di creare una commissione ad hoc che coinvolga tutte le parti in causa per garantire l’autonomia effettiva della Crimea, sia sul piano economico, sia su quello linguistico. Nell’ipotesi in cui la Russia cercasse solo una sua maggiore autonomia, il risultato sarebbe un’entità territoriale in bilico, come lo sono già l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, ai confini con la Georgia. Queste due repubbliche autoproclamate sono riconosciute ad oggi soltanto dalla Russia, dal Venezuela e da alcuni una manciata di altri stati minori, mentre la comunità internazionale si schiera con la Georgia che li considera territori occupati.

La storia post-sovietica dei due territori, diversamente della Crimea, è stata segnata da conflitti sanguinosi con Tbilisi in seguito alla disgregazione dell’Urss. Le due repubbliche hanno cercato protezione sotto l’ala della “Madre Russia”. Ma se il primo presidente della Federazione russa, Boris Eltsin, ha respinto la richiesta per sostenere il suo alleato, l’allora presidente georgiano Eduard Shevarnadze, la svolta è arrivata con Putin. Nel 2006 ha usato il precedente del Kosovo per dettare il nuovo corso della politica estera russa. Secondo il Cremlino, il principio dell’autodeterminazione dei popoli applicato ai kosovari doveva valere anche per gli Stati non riconosciuti sullo spazio dell’ex Urss. Anche se la posizione di Mosca sul Kosovo è rimasta immutata: in una sorta di doppio gioco si è sempre schierata a favore dell’integrità territoriale della Serbia.

“La Russia ha garantito l’integrità territoriale della Georgia per 18 anni, finché Tbilisi non ha scatenato la guerra contro di noi uccidendo i nostri caschi blu nell’Ossezia del Sud”, commenta Andrei Suzdaltsev, vicepreside della facoltà dell’Economia e politica mondiale della High School of economics di Mosca. A ilfattoquotidaino.it illustra la dinamica del conflitto russo georgiano scoppiato nell’agosto del 2008 (per la Georgia, è stata la Russia a muovere guerra). Proprio in seguito di quella crisi, con una disposizione dell’allora presidente Dmitry Medvedev, la Russia ha riconosciuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, “tenendo conto della volontà degli osseti e degli abcasi”. Infatti sia l’Ossezia del Sud col referendum del 1991, sia l’Abcasia con l’iniziativa del parlamento del 1995 avevano già bussato alla porta di Mosca.

“Con il caso della Crimea potrebbe continuare un’ulteriore disgregazione dello spazio post-sovietico”, nota Suzdaltsev, che comunque più che una Crimea indipendente vede, in futuro, una specie di confederazione tra l’Ucraina e la Repubblica autonoma. Il nuovo governo della Crimea ha detto che spera di poter contare su un sostegno economico russo, seguendo l’esempio di alcuni Stati non riconosciuti della galassia russa che costituiscono una voce significativa del bilancio federale. Ciò è vero soprattutto per l’Ossezia del Sud, che nel 2009 contava una popolazione di 50mila persone (secondo i dati dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa). Infatti, soltanto con “i decreti di maggio”della terza presidenza Putin, sono stati stanziati 669 milioni di rubli (circa 14 milioni di euro) alla repubblica del Caucaso. Risolta la crisi in Crimea, sullo spazio dell’ex blocco sovietico se ne potrebbe presentare subito un’altra.

La Moldavia, a differenza dell’Ucraina, non ha rinunciato alla firma dell’accordo di associazione con l’Unione europea. Anzi, al vertice di Vilnius a novembre scorso ha fatto un’ulteriore passo verso Bruxelles. Mosca non ha visto di buon occhio questo gesto, rivolgendo la sua attenzione sullo Stato non riconosciuto della Transnistria, territorio con una vasta popolazione russa che si è staccato dalla Moldavia dopo il crollo dell’impero sovietico. Anche la repubblica autoproclamata è stata luogo di un conflitto sanguinoso tra Chisinau e i separatisti, placato nel 1992 dalle forze russe dislocate in Transnistria. “Conflitto che è stato congelato, ma che potrebbe riaccendersi ora che Chisianau si sta avvicinando all’Ue”, sostiene a ilfattoquotidiano.it Vladimir Solovyev, giornalista che segue la Moldavia per il giornale russo Kommersant. Minaccia che si legge nelle parole pronunciate di recente dall’inviato speciale di Putin per la Transnistria, Dmitry Rogozin. “Il ‘treno Moldavia’ che corre verso l’Europa potrebbe perdere qualche carrozza”. Proprio in questi giorni alla Duma è stata presentata una proposta di legge per facilitare l’ingresso nella Russia di nuovi soggetti territoriali. Questo provvedimento potrebbe essere funzionale non solo al caso della Crimea, ma anche della Transnistria.