Gli scandali della finanza non finiscono mai ed assomigliano sempre di più a quelli della politica italiana: corruzione, collusione, pregiudicati che si occupano di riforme elettorali, la lista è lunga.

Dopo lo scandalo della Lehman Brothers c’è stato quello del debito sovrano, si è scoperto che Grecia e Italia, insieme al resto dei paesi della periferia, hanno manipolato gli indicatori economici grazie all’aiuto dei maghi della finanza – le ex banche d’affari per intenderci,  che dal 2009 sono state ribattezzate banche commerciali. E guarda caso sono sempre le solite: Goldman Sachs, J.P. Morgan, Banque Paribas e così via. Il crollo della Lehman e tutto il marciume dei derivati e dei mutui spazzatura ha scosso il mondo ma non lo ha cambiato.

Due anni fa è scoppiato lo scandalo del Libor, il London Interbank Rate, una sorta di tasso d’interesse mondiale. Ci si è accorti che un gruppo di banche ogni giorno ne fissava il valore e spesso lo manipolava per guadagnarci sopra. Anche in quell’occasione le pagine dei giornali hanno riportato titoloni da paura perché il valore del Libor influisce un po’ su tutto, incluso il costo delle rate della nostra macchina.

Nonostante il danno, le prove ed il baccano mediatico nessuno dei veri responsabili è finito dietro le sbarre. Il reato politico e finanziario per antonomasia, e cioè fare i propri interessi a discapito della collettività, non sembra rientrare nella categoria dei reati penali. Individui ed istituzioni che lo commettono se la cavano sempre con multe più o meno salate, multe il cui valore è infinitamente più basso dei guadagni accumulati nel tempo, così lo scandalo del Libor è costato complessivamente 6 miliardi di dollari di multe.

Questa settimana si è iniziato a parlare dello scandalo dell’oro, il cui valore è fissato ogni giorno a Londra alle 10 ed alle 15 da Barclays, Deutsche Bank, Bank of Nova Scotia, HSBC e Societe Generale. Il mercato dell’oro, va detto, vale circa 20 mila miliardi di dollari, una cifra considerevole, tuttavia il valore è stabilito con modalità arcaiche, simili a quelle usate per il Libor, create quando questo mercato era molto più piccolo. Il protocollo risale  al 1919 quando gli operatori di mercato si incontravano negli uffici dei Rothschild, nella City di Londra, oggi avviene per telefono.

L’accusa di manipolazione arriva da uno studio, non pubblicato, di due economisti Rosa Abrantes-Metz, che insegna alla New York University’s Stern School of Business, ed Albert Metz, direttore di Moody’s Investors Service. I due hanno studiato le fluttuazioni del prezzo dell’oro dal 2001 al 2013 ed hanno notato che spesso i prezzi si muovono al rialzo o al ribasso poco prima delle 15. Rosa Abrantes-Metz è conosciuta negli ambienti finanziari perché è stata la prima a denunciare la manipolazione del Libor usando la stessa metodologia di ricerca.

La settimana scorsa è comparso sul sito del Financial Times un articolo che convalidava le accuse di cui sopra, articolo che è poi stato rimosso. Fortunatamente il blogger Zero Hedge lo ha riportato ed è ancora possibile leggerlo sul suo sito. L’articolo del Financial Times denunciava la manipolazione del prezzo dell’oro dal dicembre del 2010 al dicembre del 2013, quindi dallo scoppio della crisi del debito sovrano, mentre la ricerca dei due economisti riscontrava manipolazioni a partire dal 2003, dall’inizio dell’invasione dell’Iraq. I due eventi sono significativi perché hanno prodotto grandi instabilità e tradizionalmente in queste circostanze ci si rifugia nel lingotto. La domanda di oro è dunque aumentata e con essa anche il valore del metallo giallo e la speculazione.

Nelle prossime settimane assisteremo alle solite indagini che porteranno agli stessi risultati: con molta probabilità nessuno pagherà con la libertà la frode commessa nei confronti della collettività. Rimane però la certezza che anche questo mercato non è libero e perfettamente funzionante come molti ci vogliono far credere. Ci troviamo di fronte all’ennesima conferma che il libero mercato per funzionare bene ha bisogno di tanti paletti e che è un errore lasciarlo in mano ai banchieri poiché come i politici sono ben avvezzi alla frode.