Lo scatto del fotografo è recente ed è di quelli che possono raccontare molto. Sicuramente può essere utile a far capire come accadono certe cose nell’Italia delle larghe intese. Potremmo anche dire “una scena conosciuta”, raccontata dalla letteratura siciliana: a casa del “barone”, al quale potremmo dare il nome di “Ardolì”, prendendolo in prestito da un libro (La Gita a Tindari) del maestro Camilleri, dunque sotto occhi vigili del politico locale, c’è chi con un tratto di penna decide le sorti di una città, di un territorio. Decisioni che riguardano la spesa pubblica, soldi nostri. Seduti ad un divano si sono ritrovati, nel gennaio scorso, il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, Ncd, che in molti danno in corsa per un nuovo dicastero nel governo nascente di Matteo Renzi (avrà la stessa poltrona che occupava con Letta?), il dirigente generale delle opere pubbliche per la Calabria e la Sicilia, Pietro Viviano, deus ex machina del Provveditorato opera pubbliche in Sicilia e in Calabria, con un avviso di garanzia in tasca per falso e abuso per fatti relativi al porto di Marsala, un passato di candidato alle Regionali per l’Italia dei Valori di Di Pietro. In piedi ad osservare i due l’ex sottosegretario all’Interno Tonino D’Alì, anche lui Ncd, a settembre scorso prescritto e assolto per vicende di mafia.

La scena si è svolta proprio a casa del senatore trapanese, in largo Burgarella. Tra le mani di Lupi e Viviano c’è una planimetria, è quella del porto della città. Un’opera che è stata rifatta quasi per intero in un battibaleno. Cento milioni di euro sono stati spesi nel 2005 per accogliere le barche della Coppa America. Appalti che vennero aggiudicati con la formula che poi divenne famosa, quella del grande evento di epoca berlusconiana. A inaugurare quei lavori fu il ministro Lunardi, quello che diceva che con la mafia “bisognava saper convivere”. E la mafia ne approfittò fornendo materia prima, partecipò e fece cassa. In corso d’opera c’è oggi la realizzazione di nuove banchine per 40 milioni di euro, dovevano essere completate otto anni fa, lo saranno invece la prossima estate. Lungaggini perché di mezzo ci sono stati un paio di sequestri, una delle imprese era in odor di mafia, la Morici/Coling. L’imprenditore Morici avrebbe saputo che una fetta di quei lavori sarebbero stati suoi ancora prima che venisse pubblicato il bando: “…D’Alì mi ha assicurato”. Quando queste banchine saranno pronte però serviranno altri soldi. Il porto rimesso a nuovo senza il dragaggio dei fondali rischia di servire a poco. La profondità va portata almeno a 12 metri dagli otto attuali, in soldoni servono un’altra decina di milioni di euro, soprattutto da reperire tra le pieghe del bilancio dello Stato. Il senatore D’Alì ne ha fatto un vanto di questi interventi , “nonostante tutto”, e non abbandona la presa. Batte a cassa. E così lo scorso 20 gennaio ha invitato il ministro Lupi a Trapani con la scusa di inaugurare la sede del nuovo partito alfaniano, lo ha però dapprima portato a casa sua, dove ha fatto trovare una pletora di amici e imprenditori, alcuni interessati allo sviluppo del porto. Ma D’Alì ha fatto in modo che ci fosse l’ingegnere Pietro Viviano che, planimetria alla mano, ha “spiegato” al ministro le cose da fare e i soldi che servono ancora: nuovi lavori da farsi, spartizione di alcune aree demaniali, tra le quali quella che fu del più grande cantiere navale della città, il cui titolare, Peppe D’Angelo, interpellato racconta una storia di “fallimento indotto per una manciata di euro”. Ma soprattutto a Trapani c’è da rimettere in piedi quell’Autorità Portuale che nel 2003 fu demolita dal governo Prodi perchè si accorse che Trapani non aveva i titoli. Adesso l’Autorità Portuale la si vuole introdurre per legge, e D’Alì anche per questo ha chiesto aiuto al ministro delle Infrastrutture.

Passa da Trapani uno dei fili per il nuovo accordo di Governo? Pare proprio di si. Sostegno in cambio di finanziamenti pubblici, che indubbiamente servono all’imprenditoria locale che vuole svilupparsi con il porto. E allora non si capisce perché di cose così importanti non si discuta nei Palazzi istituzionali e se ne parli tra caffè, thè e pasticcini offerti dal senatore che dalla sua parte ha certamente i caratteri nobiliari con i quali sa contornare la sua accoglienza.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 febbraio 2014