Il fu rottamatore promette risultati, tanti e in fretta. Ma ha tante botole davanti a sé, e una si chiama Senato. Perché se alla Camera la maggioranza ha i numeri per andare dritta (almeno sulla carta), a palazzo Madama il margine è molto più stretto. E il rischio di imboscate o ribellioni sarà un peso costante a partire da domani, giorno della prima fiducia per il governo Renzi. Premesso che la soglia minima di sopravvivenza è quella dei 161 senatori su 320, la maggioranza dovrebbe contare su 165 voti contro i 135 delle opposizioni (il presidente per prassi non vota). In mezzo, 20-21 dubbiosi di varia natura e provenienza. I più in bilico sono i sei civatiani del Pd; poi ci sono i 12 di Popolari per l’Italia, che ufficialmente decideranno oggi, e la gran parte di Gal

 

E allora il primo test di domani sera è già importante. Quasi scontato che Renzi ottenga la fiducia: ma conterà anche il come. Un sì con meno di 175 voti sarebbe un segnale fosco, sotto i 170 sarebbe (quasi) allarme. Un pezzo importante della partita si gioca proprio dentro il Pd. A Giuseppe Civati la staffetta e il governo non sono proprio piaciuti. E la nomina come ministro della civatiana Maria Carmela Lanzetta, chiamata a sua insaputa, ha aggiunto sale sulla ferita. Ieri ha ripetuto: “Non votando la fiducia sarebbe difficile rimanere nel partito, dobbiamo valutare cosa fare in aula. Ci dispiacerebbe rompere”. Poche ore dopo Civati ha lanciato una consultazione on line per conoscere il parere della base. Ma la decisione finale dovrebbe arrivare oggi, dalla riunione della sua corrente a Bologna.

Non ci sarà il senatore Corradino Mineo, all’estero per motivi personali, che al telefono spiega: “Decideremo dopo Bologna, è chiaro che siamo stretti tra le perplessità su questo governo e le richieste della gente di permettergli di partire”. Mineo parla da giorni del progetto di un gruppo in Senato, Nuovo Centrosinistra, da comporre assieme ai 7 di Sel, agli ex grillini del Misto e a dissidenti di M5S. Conferma: “Il progetto continuerà, fiducia o no, anche se siamo molto in ritardo. Di certo daremo segnali sull’esistenza della sinistra”. Insomma, fiducia o no, i civatiani faranno pesare i sei voti a palazzo Madama. Discorso molto diverso è quello dei Popolari per l’Italia. L’esclusione dal governo dell’ex montiano Mario Mauro ha lasciato evidenti malumori tra i fuoriusciti di Scelta Civica. E ora i Popolari si sono messi sulla riva del fiume.

“Non abbiamo vincoli a votare la fiducia a prescindere, decideremo lunedì mattina” fa sapere Andrea Olivero. Che chiosa: “La minaccia del voto non ci fa paura”. Ma la componente dell’Udc, che ha ottenuto un ministro (Gian Luca Galletti all’Ambiente) spinge per il sì. E proprio Galletti ieri si è detto “convinto che i Popolari faranno prevalere il bene del Paese”. A ballare anche gli 11 voti di Gal, gruppo dell’area di centrodestra. A Letta diedero la fiducia in tre: difficile che per Renzi i consensi siano molti di più. Sullo sfondo, i cuperliani. Per ora sono allineati sulla fiducia al neo-premier. Ma attendono segnali a stretto giro, innanzitutto sulla riorganizzazione del partito. Ci sono tre vuoti da colmare in segreteria, quelli lasciati dai ministri Mogherini, Madia e Boschi.

E soprattutto c’è Cuperlo che invoca un nuovo segretario, “perché quello che abbiamo ora sta a palazzo Chigi”. Un dalemiano conferma: “Renzi non può pensare di restare segretario. Serve un nuovo congresso”. Il premier ha scelto come ministro il bersaniano Maurizio Martina anche per dare un segnale di pace alla minoranza. Sa che i nervi sono ancora scoperti. E che del partito bisognerà presto ridiscutere. Perché in Senato non sta largo, e le incognite sono tante. La principale si chiama legge elettorale, su cui con i cuperliani sono volati stracci.

Twitter @lucadecarolis 

da il Fatto Quotidiano del 23 febbraio 2014