Si aggirano per la Sicilia come fossero fantasmi, entità non definite che da circa un anno sono confinate nel limbo dell’impasse burocratica. Sono le province regionali siciliane, i primi enti intermedi che dovevano essere aboliti in Italia, e che adesso invece rischiano di rinascere dalle proprie ceneri. “Da domani le province siciliane non esisteranno più” annunciò il governatore Rosario Crocetta a Massimo Giletti durante una puntata dell’Arena su Rai Uno. Era il febbraio del 2013, esattamente un anno fa, e da allora le province non sono mai sparite del tutto.

Prima sono state annullate le elezioni, poi gli enti intermedi sono stati congelati e affidati ai commissari nominati dal governatore. Oggi – scaduti i termini del commissariamento – sono rimasti invece senza guida, affidati ai dirigenti provinciali, in attesa che in Parlamento regionale qualcosa si muova. Un vero e proprio pasticcio, aggravato dal fatto che la famosa abolizione tanto osannata da Crocetta rischia di risolversi con un nulla di fatto: i siciliani potrebbero presto essere nuovamente chiamati al voto per eleggere presidenti e consigli provinciali. Una figura poco edificante, per quello che Crocetta ha ribattezzato come il “governo della rivoluzione”, su cui dovrà intervenire in tempi brevi l’Assemblea Regionale Siciliana. La proroga dei vecchi commissari era stata bocciata dall’Ars alla fine del dicembre scorso: per evitare di lasciare gli enti intermedi allo sbando e senza guida come avvenuto negli ultimi giorni, la giunta Crocetta sta provvedendo in queste ore a nominare nuovi commissari, che andranno a dirigere le province fino a giugno.

A Palazzo dei Normanni giace il disegno di legge che dovrebbe trasformare le province in Liberi Consorzi tra comuni. Gli enti intermedi cambierebbero nome, mantenendo la struttura organizzativa e finanziaria ma perdendo consigli, giunte e presidenti eletti dal popolo: a sostituirli ci saranno i sindaci delle città che aderiscono al consorzio, che eleggeranno un presidente, senza percepire alcun emolumento. Più che di abolizione delle province quindi si può parlare di una modifica dell’ente intermedio: una rivoluzione mutilata, che risparmierà sulle indennità di consiglieri e presidenti ma che rischia comunque di non essere mai messa in pratica. Maggioranza e opposizione infatti non riescono a trovare un’intesa: ed è per questo che il disegno di legge sui liberi consorzi è stato seppellito da quattrocento emendamenti.

Il centro destra non intende cancellare le elezioni per la scelta dei presidenti, mentre il Movimento Cinque Stelle, dopo una consultazione on line, ha deciso di votare il disegno di legge proposto dalla maggioranza. Un voto che però è vincolato dal testo della legge che alla fine arriverà in aula. “Non è la legge per cui ci eravamo battuti. Al momento le poche cose da salvare sono la scomparsa degli organi politici e la gratuità dei liberi consorzi. E queste sono due tra le cose che, se dovessero saltare, ci spingerebbero a votare contro” hanno annunciato i quattordici parlamentari del Movimento di Beppe Grillo.

Nel frattempo il 15 febbraio sono scadute le proroghe dei nove commissari inviati da Crocetta ad amministrare le province: quindi in attesa che il Parlamento legiferi, come scrive il quotidiano livesicilia.it, l’amministrazione degli enti intermedi è affidata a dirigenti e segretari generali in attesa che, come annunciato, il governo nomini i nuovi commissari. Ed è proprio dai dipendenti delle province che arriva l’ennesima grana per il governo: i lavoratori della provincia di Caltanissetta hanno infatti inondato di mail deputati e giornalisti chiedendo di non votare il disegno di legge di Crocetta. Nel ddl è prevista la possibile creazione di nuovi consorzi, oltre alle nove province già esistenti, a patto che i comuni superino la quota minima di 150mila abitanti.

Una vera e propria spada di Damocle per la provincia di Caltanissetta, che rischia di dividersi in due: da una parte il consorzio nisseno dall’altra il libero consorzio di comuni guidato da Gela, città dello stesso Crocetta. “Più si fraziona la governance del nostro territorio più aumenta la spesa pubblica che graverà sui siciliani, già allo stremo di ogni possibile limite di sopportazione economica. Desistete dalla pericolosa strada intrapresa dal governatore” scrivono in una lettera firmata alcuni dipendenti della provincia nissena. Nel frattempo all’Ars è cominciata la nuova discussione per approvare la riforma delle province: una lotta contro il tempo che rischia di mettere in dubbio la sopravvivenza dello stesso governo. All’orizzonte c’è il fantasma di nuove elezioni e quindi il ritorno in pianta stabile delle province: che come l’Araba fenice rinasceranno dalle loro ceneri dopo un anno di stand by. Con buona pace della presunta rivoluzione targata Crocetta.

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