Molti si chiedono come mai proprio la Leopolda, quell’architettura socio-culturale che aveva dato sponda alle ambizioni più intellettuali e chissà quanto concrete di Matteo Renzi, non abbia gettato insieme a lui il cuore oltre l’ostacolo. In altre parole, come mai persone come Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica, una delle aziende leader nel mondo nel settore degli occhiali, o come Baricco, piccolo caso di scrittore non gigantesco che diventa riferimento culturale per certi salotti, lo abbiano lasciato solo nel momento in cui l’amico ha chiesto il sacrificio di lasciare tutto per seguirlo nell’avventura di governo.

Prendiamo il caso di Guerra, che ci pare il più emblematico per raccontare una certa condizione umana. Un manager davvero impegnato nel mondo, interamente globalizzato eppure frutto di un’italianità virtuosa. Due anime che racchiudono l’esigenza di Renzi di raccontare all’esterno il respiro largo del suo cammino. Una scelta che aveva una sua lungimiranza, un suo senso, anche un’intuizione. Per l’ad di Luxottica si era parlato del ministero dell’Economia, ma forse pareva più acconcio lo Sviluppo economico. Quale che fosse il ministero, Andrea Guerra ha rinunciato. Nella prima giornata di “chiacchiera” sui ministri, Luxottica aveva perso un punto e mezzo in Borsa, segno di un piccolo ma significativo malessere per il possibile addio del manager.

Ma Andrea Guerra ha detto no a Renzi. Facciamo un passo indietro e torniamo alle “Leopolde” per come le abbiamo conosciute. Che cosa ci raccontavano quelle situazioni, in cui mestieri diversi, condizioni diverse, sollecitazioni culturali e sociali molto diverse tra loro, si fondevano in un’unica esigenza di cambiamento, di “strappo” rispetto all’omologazione politica dominante? Raccontavano di un nuovo decoro collettivo, della necessità di sentirsi parte di un’avventura diversa, sì diversa e orgogliosa, in cui, per fare un esempio, fosse chiaro finalmente a tutti, che la questione del merito doveva ritornare centrale in un’Italia in cui l’accesso alle professioni è regolato da meccanismi familisti o anche molto peggio. Raccontavano di un uomo giovane di trentotto anni che miracolosamente coagulava intorno a sé tutto ciò che negli ultimi vent’anni era sparito dal nostro cuore: l’idea di una politica finalmente alta, in cui non mischiarsi con le botteghe, con i colpi di palazzo, in cui considerare finalmente Berlusconi come avversario e non come nemico da abbattere, in cui il grido di guerra fosse: “Io, Berlusconi non lo voglio mandare in galera, io, Berlusconi lo voglio mandare in pensione!!!” Evvai, Matteo, standing ovation.

Insomma, le Leopolde raccontavano di noi. Ci restituivano parte del maltolto, parte di quella dignità della politica violata, le rassicurazioni di Matteo Renzi sul bisogno primario di arrivare al governo attraverso il consenso popolare parevano fili d’acciaio tirati sul ponte della nuova Italia. Sì, è vero, magari alle Leopolde c’era qualche fighetto di troppo e magari anche qualche finanziere che vive all’estero e dalla fiscalità esageratamente di vantaggio rispetto a noi poveri pirla che diamo allo stato il 53% di quel che guadagnamo, che ci faceva anche la morale, usava il fioretto dell’etica, e che adesso, dopo la “presa” di Palazzo di Renzi sembra scomparso nelle nebbie londinesi (povero, sarà smarrito anche lui, il Serra). 

Ci sentivamo blindati dalle sicurezze di Matteo R., dalla tranquillità orgogliosa con cui strapazzava quella vecchia politica fatta di inciuci, di larghe, larghissime, piccole, striminzitissime intese. Se ne faceva beffe e noi assolutamente con lui. Poi è venuto a Roma, maledizione, e Roma l’ha fregato. Oggi che va come un treno, non si accorge nemmeno che quelli delle Leopolde sono smarriti, anche un po’ increduli, restano ingenui cittadini che pensano che andare al governo così sia stata una lesione, un tradimento di quel Patto virtuoso di Firenze. Pensa che sarà possibile superare quel trauma, caro presidente del Consiglio designato?

Ma noi siamo rimasti a Firenze, gentile Renzi, fermi a quell’aria bella, pulita, piena di entusiasmi sinceri. Anche Andrea Guerra dev’essere rimasto lì, un po’ tramortito dagli eventi. E così, quel giorno che Renzi gli ha proposto di entrare al governo, deve aver pensato ai suoi figli. Questo non glielo posso fare, proprio no. Andare al governo con Schifani no. Non me lo perdonerebbero per tutto il resto dei miei giorni.