Dal trust al prestanome, dal farsi assumere all’estero al contratto part time fittizio: non conosce confini la fantasia degli avvocati e dei loro clienti nel cercare metodi per farli sembrare più poveri, e consentire loro di pagare un assegno di mantenimento all’ex coniuge più ridotto. Sembrano ormai finiti i tempi dei padri e mariti ‘lasciati in mutande’ dalle mogli per l’assegno di mantenimento. Ora c’è la crisi e sono sempre più numerosi i casi di chi, soprattutto se benestante, non vuole correre il rischio di vedersi togliere la metà dei propri beni a tutto vantaggio dell’ex moglie o marito. Con tecniche molto simili a quelle degli evasori fiscali. A far emergere il fenomeno sono avvocati e magistrati che si occupano di diritto di famiglia.

Come Lorenzo Puglisi, presidente di Family legal, studio legale milanese specializzato nella materia, che ha un quadro piuttosto chiaro del fenomeno. “In un periodo di crisi come questo – spiega – i mariti chiedono di pagare meno e noi gli prospettiamo le strategie processuali possibili, tutto ovviamente nell’ambito della legalità. Ad esempio, se un imprenditore ci dice che possiede degli immobili, noi gli spieghiamo che può trasferirli in alcuni fondi, in modo da farli uscire dal patrimonio personale”. Oppure, altro caso frequente è quello del dirigente, che lavora per una multinazionale, e chiede di essere assunto dalla casa madre all’estero. “In questo modo – continua Puglisi – anche se il giudice impone il pignoramento di 1/5 del suo stipendio, per l’ex coniuge sarà molto più difficile farlo eseguire”. In altri casi si usano prestanomi, società di comodo o terzi cui vengono affidati questi beni. “Si tratta di richieste che riceviamo in un caso su cinque – ammette Puglisi – Per quanto riguarda i figli però la maggior parte si prende le proprie responsabilità e paga il mantenimento. Non si può eludere infatti questo obbligo, ma si può giocare sull’importo”.

Un quadro confermato anche da chi si trova a giudicare. Claudio Miele, presidente della sezione Famiglia del tribunale di Monza, lo rileva senza più stupirsi. “Problemi del genere non ce li abbiamo con i lavoratori dipendenti – precisa – ma con chi ha la libertà di dichiarare il proprio reddito senza costrizioni che non siano la coscienza: si va dal piccolo artigiano al grande imprenditore che cercano di sfuggirci”. Le strategie adottate per far risultare più esiguo il proprio stato patrimoniale sono le stesse adoperate per non pagare le tasse. Tanto che a Monza in questi anni, per valutare il valore del patrimonio dei coniugi, i magistrati si sono serviti, come consulenti tecnici d’ufficio (ctu), dei curatori fallimentari, abituati a cercare nel sommerso. “Ma i risultati ottenuti sono stati meno fruttuosi del previsto – racconta Miele – perché mentre nei fallimenti sono tante le parti interessate a rivelare dati importanti al curatore, nelle separazioni no. Inoltre, non potendo avere accesso ai conti correnti bancari, è davvero difficile”.

Le uniche interessate a svelare il comportamento poco pulito del coniuge sarebbero le future ex mogli, che spesso però arrivano al momento della separazione senza avere una reale conoscenza dello stato patrimoniale del marito benestante. “O ci sono dei beni immobili – prosegue Miele – o è molto difficile quantificare un patrimonio. Il marito che ha evaso negli anni si trova già con il lavoro fatto in un certo senso. E’ una piaga che va di pari passo con l’evasione fiscale”. Al di là poi della determinazione dell’assegno di mantenimento, il difficile è riscuoterlo. “Alcuni arrivano a farsi licenziare – rivela Miele – e continuano a lavorare in nero. Qui sta l’abilità del magistrato, che deve essere equilibrato e contemperare gli interessi delle parti. Se l’importo dell’assegno viene deciso in modo punitivo, il rischio è che dopo qualche mese il marito non paghi più”.

Ma per la vittima di questi trucchi, non c’è alcun modo per tutelarsi? “La parte debole può rivolgersi alla giustizia penale – conclude Puglisi – visto che non pagare l’assegno di mantenimento è reato. Nessuno va in carcere, ma la condanna è quasi certa, così come la macchia sulla fedina penale. Cosa che a chi fa il dirigente o l’imprenditore non fa piacere, e che può spingerlo a più miti consigli”.