A due anni da Posti in piedi in paradiso e a quattro da Io, loro e Lara, Carlo Verdone è tornato a scrivere e dirigere una commedia ammiccando al cinema dei suoi esordi. Da quando il comico romano ha iniziato a lavorare dietro la macchina da presa ne è passato di tempo. Precisamente 35 anni dal suo primo lavoro alla regia, Un Sacco Bello, prodotto nientemeno che da Sergio Leone, al quale il cineasta romano deve molto del suo percorso. Ventiquattro titoli, tra pellicole a volte indimenticabili, a volte meno riuscite, come ha ammesso lo stesso regista più di una volta. Il pubblico ha sempre risposto con grande entusiasmo a ogni sua fatica cinematografica, ma bisogna riconoscere che i suoi ultimi film non erano riusciti a eguagliare i primi, quei lungometraggi che sono diventati a pieno titolo dei cult nella storia del cinema nostrano.

Di base, con Sotto Una Buona Stella, c’è la volontà di allontanarsi proprio da quegli schemi in cui la commedia italiana si è andata a rinchiudere negli ultimi anni. Dimenticatevi le battute volgari e i facili stereotipi che abbiamo dovuto subire, spesso e volentieri, andando al cinema con la speranza di farci strappare una risata. Tutto è stato pensato per cercare un nuovo modo di divertire il pubblico, o meglio, per tentare nell’impresa di tornare degnamente alle origini. Non è un caso nemmeno la scelta di ambientare il racconto all’Eur, una delle location romane meno inflazionate nel cinema di genere. Protagonista della storia è Federico Picchioni, un ricco uomo d’affari, con una casa da sogno (tanto bella quanto asettica), una compagna avvenente e una vita apparentemente perfetta. Ma come in ogni commedia che porta la sua firma, ben presto arriva il risvolto della medaglia e di lì a poco la situazione tracolla. Passano una ventina di minuti, l’incipit del racconto, in cui la situazione si ribalta e ci viene presentato il protagonista che improvvisamente si trova costretto a riaccogliere in casa i due figli ventenni, non riuscendo più a sostenere le spese per l’affitto del loro appartamento. L’equilibrio casalingo è messo a dura prova dalla convivenza forzata ed è proprio in questo momento che ingrana la comicità ed entra in scena la nuova vicina di casa, Luisa, una brillante Paola Cortellesi alla sua prima collaborazione con Verdone. “Ho sempre avuto il sogno di lavorare con lui, lo considero un maestro, un punto di riferimento nella carriera di chiunque voglia intraprendere il mio mestiere” ha detto l’attrice, che qui interpreta una “tagliatrice di teste” costretta a licenziare in nome della crisi e che rientra nel vasto universo di personaggi femminili con cui il comico romano ha voluto dividere il grande schermo, al fianco di attrici del calibro di Claudia Gerini, Ornella Muti e Micaela Ramazzotti, per citarne solo alcune.

E così, dopo la storia di Ulisse, padre divorziato in Posti in piedi in paradiso, Verdone decide di esplorare il complicato rapporto tra genitori e figli, con lo sguardo rivolto alla questione del futuro precario dei ragazzi di oggi. “Non è un Paese per giovani”, come recita il personaggio interpretato nel film da Tea Falco, una dichiarazione dura, alla quale il regista ha voluto aggiungere anche altro, ammettendo che l’Italia “è uno Stato che avrebbe bisogno di un ricambio generazionale, occupato da persone anziane che non lasciano il posto alle nuove leve” quei ragazzi che lui stesso ha voluto con sé sul set, sia davanti che dietro la macchina da presa, decidendo di ingaggiare maestranze giovani, per la maggior parte under 30. Già agli albori, quando non era ancora famoso, l’ispirazione Verdone la trovava nella gente, nei modi di fare, nei tic e nelle idiosincrasie delle persone, delle quali ha sempre fatto tesoro nel suo cinema e anche in questo caso, da grande osservatore, è tornato a parlare della realtà e della fragilità del momento in cui stiamo vivendo, riuscendo a incanalarla con delicatezza nei toni di una grande commedia.