“Mi piacerebbe che anche le aziende italiane avessero un piano di successione che consenta agli azionisti di avere visibilità su quello che succede e di averlo per tempo”. L’amministratore delegato dell’Eni in scadenza, Paolo Scaroni, non fa mistero di aver molto a cuore. Tanto da augurarsi che la decisione sulle nomine dei vertici delle grandi aziende italiane come il suo “non venga presa a mezzanotte del giorno prima di quello previsto per la presentazione delle liste”.

E, per aggiungere fatti a parole, da Londra annuncia che per il 2014 il Cane a sei zampe distribuirà 4 miliardi in dividendi. Di questa cifra un miliardo finirà nelle casse dei soci della Cassa Depositi e Prestiti e altri 160 milioni in quelle del ministero dell’Economia. Il numero uno del cane a sei zampe, il cui mandato scade in primavera, ha infatti comunicato al mercato che nel 2014 l’Eni pagherà dividendi per 1,12 euro per azione, l’1,8% in più sul 2013.

E questo nonostante la fase delicata che sta vivendo il settore che lo ha portato a comunicare una riduzione della raffinazione in Italia all’interno del piano strategico 2014-2017. Con tutti gli annessi e connessi per un settore come quello della raffinazione italiana già in profonda crisi: le lavorazioni in Italia nel 2013 sono state circa 71 milioni di tonnellate segnando un calo dell’11,9%, il livello più basso degli ultimi 20 anni. In compenso, nel nuovo piano triennale Eni ha previsto 26 progetti per aumentare la produzione nei prossimi anni in tutto il mondo. Tra questi due sono in Italia, si tratta di quello denominato Bonaccià nel mar Adriatico e del cluster Argo nel canale di Sicilia. Solo dopo il 2017 è invece prevista la fase due degli impianti della val d’Agri in Basilicata.

Così se tutto va bene fra un decennio ci saranno altri 25mila posti di lavoro. Come ha spiegato il direttore dei rapporti istituzionali di Eni, Leonardo Bellodi, durante un’audizione alla camera, la produzione nazionale di gas e petrolio copre il 10% del fabbisogno di idrocarburi con circa 1,1 miliardi di euro di investimenti all’anno e dà lavoro a 13mila persone. Ma “entro la fine del decennio sarebbe possibile, con il superamento degli ostacoli alla crescita del settore, puntare sul raddoppio della produzione da 12,2 a 21,6 milioni di tonnellate equivalenti petrolio, mentre gli investimenti passerebbero a 2,5 miliardi l’anno, i posti di lavoro a 38mila e il gettito fiscale a 3 miliardi l’anno contro gli 1,6 attuali”.

Intanto l’Eni avrà continuato a sborsare cedole ai soci grazie ad un flusso di cassa operativo che crescerà da 11 miliardi nel 2013 a una media annua di 15 miliardi nel 2014-2015 e 17 miliardi nel 2016-2017, nonostante uno scenario di calo del prezzo del petrolio. Anche grazie al contributo di nove miliardi di dismissioni di cui 2,2 arriveranno dalla cessione della quota in Arctic Russia, società con cui Eni avrebbe dovuto tentare l’avventura dell’ esplorazione e produzione di idrocarburi nella regione dello Yamal Nenet. In compenso il gruppo ha promesso di impegnarsi sul fronte degli investimenti tagliando però del 5% gli investimenti a 54 miliardi su quattro anni.

In casa Eni, insomma, i numeri quadrano. Ed è su questo che Scaroni conta per il rinnovo della poltrona: nel 2013, anno in cui il gruppo ha visto salire i profitti netti del 23% a 5,2 miliardi con un dividendo distribuito da 1,1 euro per azione. Dal canto suo il supermanager pubblico nonostante le inchieste giudiziarie, ha già dato la sua disponibilità a restare. “Lasciatemi chiarire: nel mio contratto di lavoro è espressamente menzionato che io mi renda disponibile ad un nuovo mandato; fa parte dei miei obblighi contrattuali, non è legato ad un fatto temporale, è un obbligo anche se avessi 92 anni …”, aveva spiegato Scaroni ormai un anno fa al Corriere della Sera. Salvo naturalmente che in arrivo non ci sia qualcos’altro di più importante. Anche se lui si schernisce: “Per carità, non sono adatto, e poi ministro di cosa?”, risponde a chi gli chiede di un suo interesse una carica di ministro nel prossimo governo.