Il caso Seat Pagine Gialle torna alla ribalta con l’ipotesi di un’azione di responsabilità verso i manager e gli azionisti che negli anni l’hanno portata al dissesto. Non certo una bella pubblicità per il governo di Enrico Letta che decanta i pregi delle privatizzazioni di Stato e si prepara a cedere parte del capitale di Poste Italiane e Enav. L’ex monopolista degli elenchi telefonici, in passato di proprietà del gruppo pubblico Iri-Stet, è infatti in concordato preventivo da un anno. E, secondo il Sole24Ore, ha intenzione di presentare il salatissimo conto anche agli ex soci i fondi Cvc, Permira, Investitori Associati e Bc Partners, oltre che all’ex amministratore delegato, Luca Majocchi nonchè all’intero vecchio consiglio di amministrazione.

Sulla passata gestione di Seat Pagine Gialle penderebbero le ipotesi di illeciti come “induzione all’inadempimento” e “abuso dei poteri di direzione e coordinamento”. In ballo ci sono cifre grosse: ben 2,3 miliardi di risarcimenti. E nomi illustri del panorama finanziario italiano: nel 2003, anno in cui sono ipotizzati gli abusi, oltre a Majocchi, era presidente del consiglio di amministrazione, Enrico Giliberti. E, tra gli altri, facevano parte del cda Dario Cossutta del fondo Investitori Associati, Nicola Volpi, ex amministratore delegato di Permira ora all’Inter, Lino Benassi, ex Comit ed ex presidente di Credit Suisse Italia.

La gestione Majocchi è stata del resto l’ultima fase di un processo di spolpamento della società durato anni. E iniziato proprio con la privatizzazione da parte della Iri-Stet nel 1996. Sotto il governo di Romano Prodi, lo Stato decide infatti di cedere Seat al consorzio Ottobi, di cui fanno parte Otto Spa e composta da otto soci fra cui Comit (oggi Intesa), De Agostini della famiglia Boroli-Draghi (quelli degli atlanti, ma anche dei giochi Lottomatica) e Telecom Italia. Nel 2000 il gruppo passa di mano: viene venduto alla Telecom. E il bilancio della compravendita Seat per Otto spa è decisamente positivo: fra dividendi e dismissione, i soci intascano complessivamente 6,7 miliardi, otto volte in più di quanto ottenuto dal Tesoro dalla privatizzazione.

Il gruppo però tiene ancora perché sostanzialmente opera ancora in una sorta di monopolio di fatto. La liberalizzazione del mercato è partita da qualche anno e Seat è ancora una gallina dalle uova d’oro che tuttavia deve prepararsi all’avvento delle nuove tecnologie e all’arrivo sul mercato di nuovi operatori. Lo sanno sia l’ex numero uno di Telecom, Roberto Colaninno, che il suo successore, Marco Tronchetti Provera, ma nessuno se ne occupa seriamente sotto il profilo industriale. I problemi in Telecom sono ben altri: il debito cresce a dismisura e bisogna cedere un po’ di proprietà. Così nel 2003 Seat è venduta alla Spyglass Spa, composta dai fondi di investimento Cvc, Permira, Investitori associati e Bc Partners.

I quali per comprare si indebitano e, con il metodo della leva finanziaria, accollano alla stessa società acquisita il costo dell’operazione. Subito dopo il passaggio di proprietà, Seat stacca una maxi cedola da 3,6 miliardi, 1,8 miliardi dei quali vanno nelle tasche dei nuovi soci che cedono poi in Borsa un ulteriore 12,4% intascando altri 800 milioni. Intanto il debito sale e nel 2011 raggiunge quota 2,7 miliardi. Inizia la fase di ristrutturazione finanziaria, ma Seat non ce la fa ad andare avanti: i flussi di cassa attesi non sono sufficienti a ripagare i debiti. E così a febbraio dello scorso anno il gruppo delle Pagine Gialle, che chiude il 2013 con una perdita di poco superiore al miliardo, porta i libri in tribunale. Soltanto un anno dopo arriva l’idea di chiedere il conto agli ex manager e soci. Ma il rischio ormai è la prescrizione.

Aggiornato da redazione web il 10 novembre 2015