Scarantino non ha subito nessun tipo di violenza o di imposizione: si è autonomamente deciso a collaborare e ciò l’ha fatto in maniera che ci ha pienamente convinti. È un’operazione che conduciamo con consueti, usuali metodi”. È il 23 luglio del 1994, pochi giorni dopo il secondo anniversario della strage di Via d’Amelio, e l’allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra colloquiando con l’Ansa non ha dubbi: la confessione di Vincenzo Scarantino, il picciotto della Guadagna accusato di aver fatto strage di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta, è autentica. Arrestato nel settembre del 1992, dopo che Salvatore Candura lo aveva accusato di essere l’uomo che aveva commissionato il furto della Fiat 126 da trasformare in autobomba, a Scarantino viene subito cucito addosso un ruolo principale nella regia dell’inferno di via d’Amelio. Un ruolo accreditato anche da un rapporto del Sisde di Bruno Contrada, poi condannato a dieci anni di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra, che stila un dossier patacca per elevare lo spessore criminale dell’indagato: da minuscolo malavitoso di periferia a boss di prima grandezza.

Un anno dopo l’arresto, Scarantino vuota il sacco: si autoaccusa della strage, fa i nomi di complici e mandanti. Tutte menzogne, che lo stesso Scarantino ritratterà già nel 1998. “Le sere prima degli interrogatori mi leggevano tutto e io dovevo memorizzare tutto quello che sentivo” ha raccontato a Servizio Pubblico, confermando le accuse contro Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, a libro paga del Sisde con il nome in codice Rutilius che guidava il gruppo Falcone – Borsellino, l’unità speciale dello Sco creata apposta per indagare sulle stragi. Inchieste portate avanti dalla procura di Caltanissetta, dove il 15 luglio del 1992 si insedia Tinebra: avrebbe dovuto coordinare le indagini sulla strage di Capaci, ma dopo qualche ora il botto di via d’Amelio piomba come una valanga sul suo ufficio.

Meno di due mesi dopo nella rete finisce Scarantino, il super pentito, il colpevole perfetto, che poi tanto perfetto non è. “A Palermo si dice che dovevano vestire il pupo: loro lo sapevano che ero innocente già dall’inizio. È venuta da me la Boccassini, mi ha stretto la mano e mi ha detto: Scarantino io vado via, ma si ricordi che non le credo” racconta il falso pentito oggi. A lavorare sul caso a Caltanissetta c’era Carmelo Petralia, oggi procuratore aggiunto a Palermo, un giovanissimo Nino Di Matteo, al primo incarico dopo che da uditore aveva fatto parte del picchetto d’onore durante i funerali delle vittime di Capaci, e soprattutto Annamaria Palma, poi diventata capo di gabinetto del presidente del Senato Renato Schifani. “Io ai magistrati – racconta oggi Scarantino – alla dottoressa Palma, glielo dicevo tutti i giorni, che nei confronti gli altri pentiti mi smentivano: ma mi rispondevano di stare tranquillo”.

A parte Ilda Boccassini, quasi nessuno all’epoca sembra porsi il problema della effettiva veridicità delle dichiarazioni del picciotto della Guadagna. Anzi è sempre Tinebra ad accreditare il falso pentito con i cronisti: “Abbiamo seguito il metodo Falcone poi è arrivata la luce. Quella di Scarantino è una piena confessione” dirà l’attuale procuratore generale di Catania, per un lustro al vertice del Dap. Tinebra riscoprirà la cautela solo quando sui giornali finisce un verbale in cui Scarantino racconta di cocaina fatta arrivare a Silvio Berlusconi tramite Ignazio Pullarà: informazione fornita ai magistrati già nel primo interrogatorio. “Ad occhio e croce – dice Tinebra il 24 gennaio 1995 – mi pare una dichiarazione, ove vera, ancora priva di riscontri, ma non è la procura di Caltanissetta l’ufficio competente ad indagare in questa vicenda”. E in quel momento che la collaborazione di Scarantino, la luce della procura nissena, diventa per Tinebra “oggetto per molti versi di attenta valutazione da parte dell’autorità giudiziaria” .

Secondo il pm Luca Tescaroli, all’epoca in servizio a Caltanissetta, fu proprio Tinebra a non essere d’accordo con l’inchiesta a carico di Berlusconi e Dell’Utri, iscritti nel registro degli indagati il 22 luglio del 1998 perché sospettati di essere mandanti esterni della strage di Capaci e di quella di via d’Amelio. E quando il 2 marzo del 2001 la posizione di Berlusconi e Dell’Utri venne archiviata, fu sempre Tinebra a comunicare agli indagati la notizia del loro proscioglimento, 24 ore ore prima della consegna effettiva delle carte al gip. “È normale che la mafia si affidi ad un balordo per compiere una strage importante come quella di via d’Amelio?” gli chiedono i giornalisti subito dopo l’arresto di Scarantino.

“Non ci siamo posti la domanda. I fatti, secondo noi, si sono svolti in un certo modo, Scarantino non è uomo da manovalanza” risponde lui il 29 settembre del 1992. Dalla strage di via d’Amelio sono trascorsi appena settantuno giorni e il “pupo” Scarantino sta per essere “vestito”. Chi sia il puparo, invece non è ancora oggi dato sapere.