Venerdì è morto un ragazzo che conoscevo, aveva solo 15 anni, stava accompagnando un amico, su una curva ha perso il controllo del motorino, una brutta caduta.

Era un po’ che non lo vedevo, se lo avessi incontrato probabilmente non mi avrebbe salutato e forse non lo avrei riconosciuto, era sicuramente cambiato molto dal bambino che avevo conosciuto anni prima. Ma questo non ha ridimensionato la mia reazione come credo quella di tanti altri che nel quartiere lo conoscevano e anche di quelli che non lo conoscevano.

La morte di un ragazzo lascia inebetiti, increduli. Il primo pensiero è per lui, per l’interruzione del suo progetto di vita, poi per i suoi genitori, per lo sforzo che dovranno fare per sopravvivere, poi per i fratelli, i parenti, e poi per tutti noi, che meno vicini siamo comunque partecipi, perché  la morte di un giovane colpisce tutta la comunità, ognuno viene toccato nell’affetto, nel senso di impotenza, nel dolore in quanto umani in grado di entrare in sintonia con il dolore altrui, e ci spinge a riflettere, a interrogarci, a ricercare un senso nella perdita. Una vita che si spegne troppo presto toglie un po’ di futuro e di fiducia a tutti.

Magari aiutare, rendersi utili, può alleviare la pena, può essere una strada per superare il sentimento di impotenza che in certi momenti sovrasta ogni cosa. Magari dire qualcosa in un post.

Parkes dice che la perdita di un figlio è l’evento più stressante che un essere umano possa sperimentare. Sappiamo che ha ragione, è l’inversione dell’ordine naturale delle cose, la perdita di tanti progetti futuri, l’inutilità di tanti sforzi passati.

Ci insegnano e ognuno di noi prima o poi lo sperimenta di persona che il lutto ha le sue fasi: la prima è di torpore e stordimento, poi piano piano si realizza la perdita, si cerca la persona perduta nei luoghi che frequentava,  nei propri pensieri, nelle proprie percezioni, ci si arrabbia con lei per essersene andata, poi arriva la disperazione, quando ormai è chiaro che non tornerà. Infine si riprende la vita di prima, forse.

Quanto ci si mette dipende da quanto erano importanti le persone perse, da quanto la perdita sia o meno nell’ordine delle cose, da quante forze si hanno.

Il lutto per un figlio forse non finisce mai, si può solo imparare a sopportarlo.

Cari genitori, vi auguro di trovare la forza.

Ciao Andrea.