Sta sempre in tivù, e fa bene. C’è da capirlo. È l’uomo del momento, quasi tutti i giornalisti fanno a gara a chi lo celebra di più. Matteo Renzi sa usare il piccolo schermo e non ignora che i suoi apostoli non siano altrettanto capaci. Maria Elena Boschi, la Karina Huff di Jerry Calà Renzi, ha candidamente ammesso a Ballarò che le mancate preferenze del “Verdinum” sono una concessione al maestro Berlusconi (“C’è un veto di Forza Italia, convincetelo voi”). Una titanica Simona Bonafè, a Piazzapulita, ha rivelato che i renziani votarono contro la mozione Giachetti (che lei stessa aveva firmato) “per agevolare le riforme con Berlusconi”. E la tenera Alessia Morani, a Ballarò, ha deliziato oltremodo con le sue perle economiche (criticata in merito, ha risposto piangiucchiando e gridando al complotto: “Tutti noi renziani dobbiamo abituarci ai giornalisti di parte, di destra, pagati per infangarci, per demolire subito il nuovo che nasce, che cresce”).

Ovvio, dunque, che Renzi preferisca andare personalmente in tivù: per evitare i danni altrui. Per quanto uno e trino, a volte anche lui sbaglia. Una volta dice che ha il treno che gli parte e quindi non può dilungarsi, un’altra rifiuta di commentare le dimissioni di Cuperlo perché “ha già risposto la Madia” (la qual cosa, a ben pensarci, costituisce un’aggravante più che un’attenuante).

Solitamente, però, Renzi è assai efficace. La sua tecnica televisiva è molto semplice: entrare in uno studio e occuparlo. Il suo sport preferito è il monologo catodico con supercazzola prematurata: a destra, ovviamente. Due sere fa era a Porta a Porta. Con lui, oltre a Vespa, un solitamente spumeggiante Marcello Sorgi. Il direttore dell’Avvenire, drammaticamente ossessionato dal tema delle coppie gay. E Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni, impegnatissimo a plaudire qualsivoglia pensiero (parola impegnativa) di Renzi.

Il segretario Pd rappresenta certo il nuovo, e guai a chi non lo sostiene. Guardandolo da Vespa, colpiva però una volta di più l’analogia con Berlusconi. La “profonda sintonia” non è solo nelle idee, nella claque (da Lele Mora a Briatore), nel personalismo, nel decisionismo, nel superomismo: è pure nella logorrea mediatica. Fiumi di parole, neanche fosse il leader di una cover band dei Jalisse. La zuppa del Renzi non cambia mai. Un po’ di iconoclastia rubacchiata al discount (“I partitini si arrabbiano? Si arrangiano. Basta al potere di ricatto”). Una spruzzata di numeri distribuiti a caso, per dare l’idea che lui è competente e ne sa (quando un politico è in difficoltà, nove volte su dieci si rifugia in una percentuale buttata là come una ciliegina rancida su una torta scaduta).

Citazionismo diffuso, battutine da Pieraccioni debole, inchini al compagno riformista Tony Blair. E il mantra eterno delle primarie vinte (il consenso elettorale usato come clava contro i contestatori: anche questo, se è lecito asserirlo, ricorda vagamente i sillogismi berlusconiani). Quando Renzi va in tivù, più che argomentare dilaga. Più che disquisire, tracima. Più che il nuovo che avanza, sembra il vecchio che indietreggia. Decisionista come Craxi, logorroico-catodico come Berlusconi. È una (presunta) Terza Repubblica che somiglia tanto alla Seconda, e pure alla Prima. Nelle idee labili, nei concetti sdruccioli: nel dire niente, ma dirlo bene. Sembra quasi di essere tornati indietro di vent’anni. Ci si sente tutti più giovani, osservando e ascoltando Renzi. Forse perché il più vecchio è proprio lui.

Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2014