Stamattina ho letto un articolo dal titolo “Italiani all’estero, ecco come passano realmente il loro tempo”. Vivo all’estero da ormai tre anni, prima in Massachusetts e ora in Inghilterra, e (come tanti altri) non mi sono riconosciuta in ciò che l’autore dell’articolo ha scritto. Ho quindi pensato di raccontare, basandomi sulla mia esperienza personale, la mia percezione della realtà, e di rispondere nel merito alle osservazioni dell’autore di questo articolo.

1. Certo, torno in Italia per le feste, ci sono tutti i miei parenti e amici. Il fatto che io abbia deciso di andarmene, o meglio, che io sia stata costretta ad andarmene per l’esasperazione, non vuol dire che io non debba più tornare. Non impartisco lezioni di vita a nessuno quando torno, ma capita si cada sull’argomento, perché la gente fa domande sulla vita in Inghilterra, e allora dico la verità. Ciò non mi provoca alcun sentimento di soddisfazione, anzi, mi suscita tantissima frustrazione. Mi darebbe soddisfazione il tornare in Italia e il vedere che siamo diventati un Paese civile.

2. E’ vero, gli italiani che vivono nelle grandi città all’estero tendono a frequentare molti italiani, perché ce ne sono tantissimi. Ma ciò non vuol dire che frequentino solo ed esclusivamente italiani. Fuori dalle grandi città, gli italiani non si trovano, e infatti, non vivendo in una grande città, ne conosco pochissimi in zona. Non vedo in ogni caso cosa ci sia di male nel frequentare altri italiani. Quando si è lontani da “casa” capita di sentirne la nostalgia, e condividere questi sentimenti ed esperienze con altri italiani a volte può aiutare molto.

3. Si, so tutto dell’Italia, perché è il mio Paese, e come altri italiani residenti all’estero nutro molto interesse verso la nostra politica (a differenza invece di molti italiani che vivono in patria). E si, so anche tutto di Berlusconi. Si dia il caso che stia anche scrivendo la mia tesi di laurea sul perché gli italiani lo hanno votato e continuano a votarlo. Non perché io ne abbia nostalgia, ma perché vorrei riuscire ad aprire gli occhi ad un po’ di gente. Me ne sono andata dall’Italia per non sentirne più parlare, ma non è ignorando il problema che si risolverà la situazione del nostro Paese.

4. Di solito patisco molto più il freddo in Italia che in Inghilterra d’inverno, ma non è certo questa la ragione per cui me ne sono andata.

5. Su questo non si discute, mangio molto meglio in Italia. Penso in ogni caso di poter rinunciare a una buona pizza, se in cambio posso sentirmi parte di una comunità basata sulla meritocrazia, dove (quasi tutte) le persone sono oneste verso il prossimo. Forse è ora che anche in Italia si inizi a prestare un po’ più attenzione a queste cose, e un po’ meno alla pizza.

6. Anche fare un “lavoro del cavolo” all’estero è un’esperienza formativa. Significa mettersi in gioco in un posto sconosciuto, del quale non si conoscono la lingua e le usanze. Questi “lavori del cavolo” sono comunque molto meglio pagati all’estero, e spesso sono solo mezzi per pagarsi gli studi o progredire nella carriera.

7. Ovviamente ci sono gli italiani che “fregano” anche all’estero, e spesso la gente, scherzando, mi dice cose del tipo “hai preso un voto alto all’esame perché hai copiato”. Tuttavia, la maggior parte degli italiani all’estero che conosco, inclusa la sottoscritta, sono persone oneste, che hanno faticato per arrivare dove sono, con tenacia ed onestà. Siamo “scappati” dall’Italia perché eravamo stanchi di vivere in un Paese basato sulla furbizia, e dove quest’ultima viene vista come una dote.

8. Non ho assolutamente nessun problema ad ammettere di essere italiana, e non me ne vergogno. Voglio bene all’Italia, e voglio cercare di cambiarla (si, si può fare anche dall’estero).

Non mi soffermo sulle motivazioni dell’autore dell’articolo, se questo sia stato dettato da invidia o solo da limitate osservazioni non mi riguarda. Volevo solo rendere giustizia ai tantissimi italiani che, come me, hanno lasciato il loro Paese per l’esasperazione, spesso a malincuore, perché non vi vedevano più nessun futuro.

di Alice Romano: Politics and International Relations University of Reading, UK