Dopo l’annuncio di Mario Draghi nel luglio del 2012 i mercati della zona euro si sono tranquillizzati, lo spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi si è dimezzato e il 2013 è passato senza grandi scossoni. Ma i rischi per l’Eurozonacome riportato la settimana scorsa dal bollettino mensile della Bce – continuano a rimanere tali e le incertezze nei mercati finanziari globali potrebbero portare a un nuovo ribasso. Il rischio più grande, ancora una volta, potrebbe venire dall’Italia, il malato cronico della zona euro. A dirlo è il capo economista di Goldman Sachs, Jan Hatzius, in una intervista al domenicale della Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Buona parte dei Paesi in crisi della zona euro si trovano in un doloroso processo di adattamento”, ha dichiarato Hatzius. “Si vedono progressi, anche se sono lenti. La Spagna è sulla giusta strada, anche la Grecia sta facendo passi avanti. I rischi più grandi a mio parere sono in Italia. Certo, i conti pubblici sono migliorati, ma il Paese non è ancora abbastanza competitivo”.

Il maggiore punto debole dell’Italia secondo l’economista sarebbe la “particolare storia politica” del Paese, dove “non si può mai sapere come e quando le compagini governative possano cambiare”. Un’incognita che potrebbe pesare sulla lotta alla crisi, con passi indietro imprevedibili e potenzialmente pericolosi per il futuro dell’euro. “Non sono pessimista sull’Italia”, chiarisce Hatzius, “ma al momento non si può escludere un nuovo scenario di instabilità”. E mentre gli Stati Uniti tornano a crescere grazie soprattutto alle politiche monetarie fortemente espansive della Federal Reserve, l’Europa migliora ma rimane sotto osservazione. Un’analisi condivisa anche dal think tank economico europeo Bruegel, presieduto da Jean-Claude Trichet, ex presidente della Bce. “Molti fattori suggeriscono che il 2014 sarà un anno più accidentato per l’Europa”, ha scritto Nicolas Véron, analista di Bruegel. “L’asset quality review (revisione della qualità dell’attivo) a cui saranno sottoposte le banche europee in vista dell’unione bancaria metterà in luce debolezze inattese in alcune banche e probabilmente richiederà interventi pubblici di ristrutturazione accompagnati da tensioni politiche”.

Le politiche di austerità contribuirebbero inoltre ad aggravare lo scenario, assieme alla chiusura della Bce di fronte alla possibilità di adottare politiche monetarie non convenzionali, come hanno invece già fatto la Federal Reserve e le banche centrali britannica e giapponese. “La crescita europea – continua Véron – potrebbe essere poi frenata dall’incapacità di Italia, Francia e altri Paesi nell’intraprendere riforme strutturali“. Italia dietro la lavagna, quindi, per la lentezza nell’approvare riforme e l’instabilità politica sempre dietro l’angolo. Ma i fattori sono anche altri, meno collegati all’efficienza dell’attuale classe politica e più legati a problemi strutturali del sistema economico e finanziario. A partire dall’enorme debito pubblico, sia dal punto di vista relativo (il 133% del Pil contro il 106% registrato nel 2008) sia in valore assoluto (oltre 2mila miliardi secondo le ultime rilevazioni Eurostat), due grandezze che evidenziano un’instabilità crescente e ampi margini di speculazione, visto che una crescita del debito implica un aumento delle obbligazioni circolanti sul mercato. Inevitabile, quindi, che l’Italia possa essere ancora uno dei principali obiettivi nel caso di eventuali ondate speculative.

A preoccupare gli osservatori internazionali c’è però anche un altro fantasma: quello della deflazione, ovvero del calo generale dei prezzi. A prima vista sembra una buona prospettiva, una sorta di rimedio naturale anticiclico con annessi benefici per i consumatori. Ma la realtà è ben diversa. “Ci sono molti timori che la debolezza della domanda in alcuni Paesi tra cui l’Italia possa determinare un aumento del peso del debito facendo ritardare gli investimenti e i consumi delle famiglie“, rilevava il Financial Times evidenziando i due aspetti chiave del problema e cioè, in primo luogo, che la deflazione comporta un peso maggiore del debito sul Pil (visto che porta a una diminuzione del Pil nominale, a causa dell’abbassamento dei prezzi) e che, come se non bastasse, la deflazione stessa si manifesta tipicamente come una vera e propria trappola.

A dimostrarlo la celebre esperienza del Giappone che a partire dagli anni ’90 piombò proprio in questa palude ribassista. Il problema, in una situazione del genere, è che la prospettiva di un calo dei prezzi induce chiunque a ridurre i consumi in attesa di ulteriori ribassi (ci si aspetta di poter comprare la stessa cosa a prezzi inferiori in futuro), alimentando una recessione che favorisce a sua volta la stessa deflazione. La classica profezia che si auto-avvera, insomma. A Tokyo e dintorni hanno dovuto farci i conti per vent’anni prima di tentare l’unica soluzione possibile: la creazione artificiale di inflazione. Come? Con un massiccio quantitative easing (creazione di moneta acquistando titoli di stato) da 270 trilioni di yen (cioè 2.600 miliardi di dollari ovvero il 60% del Pil nipponico). Proprio il tipo di strategia a cui la Bce ha dimostrato di essere completamente allergica.