La chiamano “Isola ecologica Battaglina”. In realtà sarà una discarica dalle dimensioni gigantesche, la seconda più grande d’Europa, costruita su due falde acquifere con il rischio di avvelenare un intero territorio. Una montagna di rifiuti solidi urbani e rifiuti speciali sotto i piedi degli abitanti di Borgia, San Floro e Girifalco. Un fazzoletto di terra, tra Catanzaro e Lamezia Terme, già stuprato dalle pale eoliche e da mega-impianti fotovoltaici piazzati in mezzo ai boschi. A queste latitudini, come dimostrano le numerose inchieste antimafia, l’energia pulita è un business, un affare dove sguazzano ‘ndrangheta, politica e imprenditoria. I rifiuti lo sono ancora di più. Se la discarica di Battaglina sarà realizzata, la Calabria rischia di diventare la pattumiera d’Italia autorizzata dalla Regione Calabria nonostante gli inquietanti pareri “Via” (Valutazione di impatto ambientale) del dipartimento Politiche dell’ambiente che, nell’agosto 2009, scriveva: “L’area ricade in zona boscata… derivante da rimboschimento…”, “risulta distante dall’alveo del torrente a valle a circa 150 metri”.

E come se non bastasse: “Dal punto di vista geomorfologico – è scritto sempre nel parere riportato in un esposto alla Procura – l’intervento modificherebbe sostanzialmente il sistema di deflusso delle acque meteoriche”, “l’area è compresa in zona sismica di categoria 1”, “la discarica per rifiuti inerti prevede anche lo smaltimento di rifiuti contenenti amianto (ci potrebbero essere pericoli per gli abitanti a causa della possibile dispersione di fibre di amianto provenienti dalla discarica, perché è sottovento rispetto alla direzione prevalente dei venti)”, “il sito occupato dalla discarica comprende un’intera area interessata da un sistema idrico superficiale, costituito da fossi e incisioni con orli e scarpate a volte instabili”, “la discarica non è prevista dal Piano Gestione Rifiuti 2007 della Regione Calabria”, “il suddetto piano prevede che nella Provincia di Catanzaro le discariche di rifiuti urbani attualmente presenti e in via di ampliamento (Catanzaro e Lamezia) soddisfano ampiamente il fabbisogno impiantistico della stessa provincia”.

Un parere devastante ma il progetto è andato avanti comunque. La ditta ha scavato la prima vasca dove saranno riversati i rifiuti e l’amianto. Ne mancano 7 per deturpare completamente l’intera area: saranno abbattuti tutti gli alberi distruggendo un bosco realizzato grazie a un piano di rimboschimento durato quasi 40 anni Per non parlare del percolato che potrebbe infiltrarsi nelle falde acquifere . Un danno da scongiurare per il comitato “No discarica di Battaglina” che la settimana scorsa è riuscito a portare in piazza quasi 10 mila persone. La politica sta a guardare. In linea teorica è al fianco dei cittadini. In realtà le autorizzazioni sono state firmate sulla carta intestata della Regione Calabria. “Il governatore Scopelliti, il presidente della provincia e il sindaco di Catanzaro si sono dichiarati contrari alla discarica. Non capiamo perché allora non si chiude definitivamente”.

Virginia Amato ha 19 anni. È una delle più attive contro l’ecomostro. Davanti all’ingresso del cantiere è stato allestito un presidio fisso per impedire l’ingresso dei mezzi. “Il bosco scompare e ci saranno pericoli per la salute dei cittadini. C’è il rischio idrogeologico. Chiediamo il ritiro del contratto stipulato con la ditta che sta realizzando i lavori”. Lavori che, come ricorda il presidente del comitato Espedito Marinaro, “erano stati bloccati. Il cantiere era stato sequestrato dal Corpo forestale”. Lui è un maresciallo dei carabinieri in pensione: “Questa politica ci sta facendo incazzare”. Gli fa eco il vice Tommaso Saraceno: “Ci stanno avvelenando tutti. Le due falde acquifere servono almeno 100mila persone. La Battaglina è una collina arenaria che gronda acqua. La chiamano ‘isola ecologica’ perché è stato l’escamotage che ha permesso di dare l’avvio all’iter procedurale. In realtà sarà una bomba ecologica. Abbiamo chiesto il sequestro del cantiere. Non vogliamo un ecomostro. Siamo pronti a tutto, perché questo terreno è nostro”.

da Il Fatto Quotidiano del 18 gennaio 2014