Della Rai di allora (1954) ricordo corridoi, lunghissimi corridoi di linoleum su cui si aprivano porte misteriose. Poteva essere il camerino di una annunciatrice o lo studio di un dirigente. E non potevi sapere quale dirigente. Ce n’erano di tre tipi, come i modelli di un grande magazzino. Primo tipo, alto, elegante e con un forte odore di dopobarba, che sentivi già nell’ascensore. Voleva dire dirigenti dell’Eiar (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, fascismo) sopravvissuti alla epurazione. Ti ricevevano solo in ufficio e per appuntamento e non avevano poltrone davanti alla lunghissima scrivania. Nell’auto blu si sedevano dietro l’autista, a volte inseguiti dalla segretaria che portava qualcosa da firmare. Subito sotto c’erano i dirigenti amministrativi, preoccupati di essere uguali, anonimi e in grado di assentarsi o scomparire senza essere notati.

Poi c’erano i dirigenti nuovi, dopoguerra, antifascisti e cattolici, intorno all’ing. Filiberto Guala, allora amministratore delegato. Erano svelti, malvestiti (abiti blu non stirati da anni) decidevano in piedi, in uno dei corridoi o per la strada. In macchina sedevano sempre davanti, accanto all’autista, e già quel gesto sembrava una rivoluzione d’ottobre. Anche il loro modo di essere cattolici era una rivoluzione, perché nel darti istruzioni ti parlavano del “sociale”, del fatto che “dovete parlare alla gente, altrimenti, con questa televisione e tutta questa roba, buttiamo via i soldi”.

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Lascia o raddoppia (1958)

Come sapete sto parlando di una ricorrenza. Ma ciò che racconto viene un po’ dopo. Viene quando la Rai di quelli che in macchina stavano seduti davanti decide di fare un concorso per un nuovo personale, giornalisti e programmisti, che vengono cercati (parlo della pubblicità del concorso) in luoghi non proprio di spettacolo, come università, case editrici e associazioni culturali. Il fatto è che nessuno allora aveva la minima idea di che cosa sarebbe stata la televisione e il suo immenso peso nel cambiamento italiano. Certo ne sentivamo il fascino, simile in tutto a quello che si è sollevato nel mondo, negli anni Ottanta, per la rete. Comprensibile che persone giovani, dirette verso la carriera universitaria e già nettamente fuori dalla media dei coetanei, come Umberto Eco e Gianni Vattimo, sentissero l’irresistibile curiosità, benché per un periodo breve della loro (della nostra) vita. Vattimo non era ancora laureato, ma venivamo tutti e tre da Torino, dalla stessa università e dalle stesse frequentazioni. Forse ci siamo accostati con ironica condiscendenza alla tv che era già di Mike Bongiorno (personalmente amichevole e simpatico, e anche ex partigiano, merito non da poco, per giovani torinesi con una infanzia vissuta vicino alla guerriglia antifascista).

Ma presto abbiamo capito tre cose: che c’era uno scontro in corso tra vecchi dirigenti da dopobarba sull’ascensore, che avrebbero figurato bene ai tempi della Giornata particolare di Scola o come figuranti perfetti nel Conformista di Bertolucci. Che i “cattolici” che guidavano allora la Rai non erano democristiani o di governo e, per una strana e breve circostanza, erano persone libere (salvo pruderie più da provincia che da chiesa) e volevano guidarci a essere persone libere. E che i “docenti” erano guidati da un Pier Emilio Gennarini, che nella vita, credo, non ha firmato quasi nulla, ma che reputo e ricordo come il miglior giornalista mai incontrato in diverse e variegate carriere. Era il tipo che di fronte al “palazzo” (quello per noi era la Rai, un oggetto chiuso di potere, di cui noi frequentavamo solo spazi resi liberi dalla temporanea guida di Guala) e di fronte all’incertezza (“ma lo posso fare?”) ti diceva: “Se pensi che sia la cosa giusta, prova. È un rischio, ma perché rinunciare?”. Strano no, avere imparato da qualcuno, alla Rai, a non fabbricarti mai la censura preventiva?

C’era una fortuna in più, in quella Rai, c’era, al secondo piano del palazzo di corso Sempione, dove allora (1956) si teneva il corso e ci esercitavamo con le interviste improvvisate (la mia prima è stata a Goffredo Parise e siamo diventati e rimasti amici per sempre) e i commenti scritti ai documentari. C’era, dicevo, Luciano Berio. Voleva dire un enorme ciuffo di capelli neri, una tenuta da sportivo in training (anche se aveva imparato a mettersi in frac per dirigere un concerto in tre o quattro minuti, aiutato da tutti) e il Laboratorio di Fonologia Musicale.

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Sandra Mondaini e Pippo Baudo durante le prove di Canzonissima (1972)

Ecco che cosa vorrei che qualche lettore scoprisse mentre cadiamo vittime di un’altra ricorrenza obbligata. Far sapere che, per un suo breve e strano periodo, la Rai è stata cultura, innovativa e d’avanguardia. Il Laboratorio aveva qualcosa di magico e di stregato. Perché lì nasceva tutto il nuovo. Perché gli strumenti di controllo sembravano più i comandi di un aereo che un gabinetto di musica. Perché entrando potevi trovare Pierre Boulez, tutto in blu per i “pomeriggi musicali” al Teatro Nuovo, che lo portavano a Milano, Bruno Maderna, già soffocato dalla tenuta di direttore d’orchestra, in attesa di andare alla Scala e, quasi sempre, John Cage, candidato (e poi vincitore) in una trasmissione di Mike Bongiorno, e maestro strabiliante e lieto di ogni forma d’avanguardia. È lì, nei nostri pomeriggi liberi, che Luciano Berio ha creato il suo Omaggio a Joyce, su testi di Eco, e con la partecipazione delle nostre voci (intendo la mia, oltre a quella di Berio, di Eco e di Cathy Berberian), le sole disponibili in quel momento.

Quanto al prepararci a fare televisione, come ho detto, ci alternavamo nelle interviste in studio o portando immensi pullman e apparati ingombranti per le strade, per esempio all’uscita dell’autostrada Torino-Milano (due corsie, a quel tempo) per chiedere a chi entrava in città “Come è andato il viaggio?”, con immenso imbarazzo reciproco. Non so a chi sia venuto in mente di affidarmi (primo impegno dopo il corso) la direzione del settimanale Orizzonte, che avrebbe dovuto essere una prova di “rotocalco” in tv. Una volta pronunciata la parola “rotocalco” è stato inevitabile per me (e per Vattimo, che sarebbe stato il conduttore del programma) il modello di Arrigo Benedetti.

La trasmissione partiva da Torino (gli studi, vecchi già allora, di via Montebello), una regista bella e geniale (Dada Grimaldi) lo metteva in onda, e il rischio era di dover inventare tutto e smontare tutto e trasmettere tutto “dal vivo” perché non esistevano forme di registrazione (e il cinema sarebbe stato troppo costoso ed estraneo all’esperimento). E così abbiamo composto un gruppo di collaboratori torinesi che comprendeva Carlo Casalegno, Massimo Mila, Primo Levi, Italo Calvino, Norberto Bobbio. E, da Partinico, abbiamo fatto venire Danilo Dolci che, a quel tempo, era sotto processo per avere fatto lavorare i contadini che non avevano lavoro organizzando uno “sciopero alla rovescia”. Stavo seguendo rigorosamente l’insegnamento di Gennarini: “Se pensi che sia la cosa giusta, tu prova”. La settimana dopo sono stato trasferito a Roma, al telegiornale nazionale, direttore Vittorio Veltroni, padre di Walter, uomo buono e amichevole, oltre che bravissimo cronista. Il gruppo era di persone che sarebbero divenute amici per tutta la vita, da Fabiano Fabiani a Ugo Gregoretti. Ma a Roma sentivi che il punto decisionale era altrove, molto al di sopra delle stanze e del palazzo, nel cielo allora per me sconosciuto della politica. Due mesi dopo ho iniziato la mia avventura con la Olivetti, prima Ivrea, poi l’America.

Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2014