Europa ed euro: per il Cav e Grillo, “même combat”. Mi mette un po’ a disagio adattare all’Italia dei forconi lo slogan del Maggio francese. Ma i risultati di un sondaggio appena pubblicato indicano che, sull’Europa e l’euro, elettori di centro-destra e grillini la pensano allo stesso modo: restii ad accettare i vincoli che vengono da Bruxelles e inclini all’ipotesi di piantare i partner in asso e tornare all’ ‘età dell’oro’ della lira e delle svalutazioni competitive. Invece, propensi a restare nell’Unione, e disposti ad accettarne le regole, paiono solo gli elettori di centro-sinistra, ma a condizione che qualcosa cambi: crescita, accanto al rigore; occupazione, accanto alla disciplina.

E’ un’Italia divisa sull’Europa lungo crinali talora inattesi, politici e demografici –gli anziani più europeisti dei giovani-. Un’Italia che ha poca fiducia in se stessa, senza averne molta negli altri.
E che, recisamente contraria all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali –oltre l’80%-, non è più pronta alle missioni di pace –il 60%- e si divide sulla presenza in Italia delle basi militari americane –e, qui, sinistra e grillini sono più vicini-.
Insomma, più che un’Italia dei forconi, arrabbiata, pare un’Italia ‘da giardinetti’, rassegnata: reclinata sul passato e timorosa di proiettarsi nel futuro.

In testa a tutto, gli interessi nazionali, cioè i propri. In primo luogo, “la sicurezza dei confini dell’Italia e il controllo dei flussi d’immigrazione”: concetti che evocano il ’14 (ma il 1914, quello del ‘non passa lo straniero’) e che trasformano in fortezza ostile il Paese della solidarietà e dell’accoglienza. L’iconografia tradizionale (e ormai datata) degli ‘italiani brava gente’ regge solo nella scelta pacifista.

Sono alcune delle tante sfaccettature del diamante Italia –ma forse la pietra è meno dura e meno nobile- messe in evidenza dall’indagine sull’opinione pubblica italiana condotta dallo IAI e dal CIRCaP, sondando le posizioni dei cittadini di fronte alla politica estera e all’integrazione europea. Il sondaggio è stato realizzato dal Laps dell’Università di Siena, intervistando un campione di 1003 individui di nazionalità italiana, residenti in Italia e maggiorenni.

I risultati sono spesso influenzati dall’attualità –le risposte sono state raccolte mentre era forte l’eco dei drammi dell’emigrazione nel Mediterraneo- e fotografano le evoluzioni dei rapporti di forza istituzionali: quattro italiani su dieci pensano che la figura più influente in politica estera sia il capo del governo, più di uno su quattro che sia il presidente della Repubblica, solo uno su dieci fa riferimento al ministro degli esteri, probabilmente perché, prima di Emma Bonino, alla Farnesina sono passate figure diafane, la cui presenza è stata poco avvertita dall’opinione pubblica.

A cinque mesi dalle elezioni europee del 25 maggio, l’indagine esplora l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso altre questioni controverse, oltre al futuro dell’integrazione europea e i sacrifici per restare nell’euro e i rapporti con Bruxelles e con Berlino: ad esempio, rischi e opportunità delle Primavere arabe –i primi percepiti tre volte di più delle seconde: ancora una volta la paura che prevale sulla speranza-.

Gli italiani sentono di avere un’identità mista, italiana ed europea: questa percezione è fortissima fra gli elettori di centro-sinistra –tre su quattro- e scende sotto il 60% fra gli elettori di centro-destra ed i grillini. La frattura europea fra centro-sinistra (due su cinque) e centro-destra e grillini (due su tre) si ripropone sulla difesa degli interessi nazionali anche a discapito di quelli europei e sull’atteggiamento verso la Germania, la cui influenza è percepita come negativa da quasi la metà degli elettori di centro-sinistra, ma da oltre i due terzi di quelli di centro-destra e grillini.

A Ettore Greco, direttore dello IAI, lettore attento dei dati raccolti, “il rapporto tra gli italiani e le relazioni internazionali appare complesso e non privo di sfumature e contraddizioni”. Gli italiani sono “attenti a ciò che accade nel mondo esterno, ma preoccupati per le conseguenze dei problemi globali sugli interessi nazionali e sul ruolo dell’Italia nel mondo; consapevoli dei vincoli europei, ma incerti e tendenzialmente scettici sul futuro dell’Europa; pacifisti e, in linea di principio, multilateralisti, ma poco inclini ad accettare onerosi impegni internazionali.

I problemi globali finiscono spesso ridotti a dimensioni locali. Nell’introduzione al sondaggio, si legge che gli italiani, più che “cittadini del mondo”, tendono a considerarsi “cittadini italiani nel mondo”; un popolo magari consapevole delle prospettive e dei rischi, innescati dai processi d’integrazione regionale e globale e tuttavia incapace di scorgerne e soprattutto di coglierne a fondo le opportunità. Provati dalla crisi, sfiduciati, impauriti, certo; ma anche chiusi in se stessi ed egoisti.