Un uomo non può fare il suo lavoro, perché rischia di essere ammazzato. Non siamo nel Medioevo, non siamo in guerra, non siamo in un Paese barbaro. E l’uomo in questione non fa il rapinatore di banche, il sicario professionista, il contractors addestrato ad uccidere, e quindi ad essere a sua volta assassinato. Siamo in Italia, un Paese civile, senza guerre e in democrazia. E l’uomo in questione fa il magistrato, è onesto, è un servitore dello Stato. Antonino Di Matteo è in magistratura dal 1993, l’epoca delle stragi, quando gli venne sputato in faccia il destino del mestiere che aveva scelto: la prima volta che indossò la toga non era formalmente un pm, ma solo un giovane uditore, catapultato a fare da picchetto alle bare delle vittime del botto di Capaci. Altri tempi, direbbe qualcuno. Altro Paese. Altra mafia.

E invece no. E non perché i tempi non siano cambiati: anzi, sono cambiati eccome. L’ala militare di Cosa Nostra non c’è più, i boss stragisti sono al carcere duro, in Sicilia c’è un governatore in aperto contrasto con Cosa Nostra e come seconda carica dello Stato è stato eletto un magistrato impegnato per quarant’anni in indagini antimafia. I tempi sono cambiati. Dicono.

Eppure a leggere la cronaca degli ultimi giorni si potrebbe dire che non solo non sono cambiati, ma forse sono perfino peggiorati. E d’altra parte quando si dice che sono cambiati, nessuno specifica mai se in peggio o in meglio.

Delle minacce di morte a Di Matteo è stato scritto tanto: una lettera anonima ha svelato nei mesi scorsi il progetto di assassinarlo, avallato direttamente da Totò Riina; le microspie nascoste nel carcere milanese di Opera hanno poi certificato che in effetti il capo dei capi desidera ardentemente la sua morte, arrivando addirittura a dire che è tutto pronto e che l’attentato sarà compiuto in maniera eclatante. Inquietante, senza dubbio.

Diversi inquirenti, commentatori, giornalisti (compreso chi scrive) si sono sforzati di trovare una logica, un senso, una struttura, alle parole di Riina e non è qui opportuno entrare nel merito delle ricostruzioni. Quel che è certo è che le minacce sono fondate: così le considerano gli investigatori, così le ha bollate perfino il ministro degli Interni, non certo uno storico supporter della procura di Palermo. Il responsabile del Viminale è andato oltre: ha lanciato l’allarme stragi, assicurando al contempo che ogni mezzo sarà messo a disposizione per tutelare Di Matteo. Bene, bravo, bis.

Solo che Di Matteo non può fare il suo lavoro. Non può farlo più, perché il rischio di attentato è talmente alto da obbligarlo a muoversi con un Lince, una specie di carro armato, per recarsi alle udienze del processo sulla Trattativa Stato – mafia, fascicolo complesso di cui è il più profondo conoscitore. Ora è vero che le minacce di Riina potrebbero cessare modificando il trattamento carcerario del boss, è vero che con un carro armato si limitano i rischi per Di Matteo, ma è vero anche che  – come si scriveva poco più sopra – i tempi sono cambiati. I boss stragisti dovrebbero essere tutti rinchiusi, e non ci dovrebbe essere alcun pezzo sostanzioso di associazione criminale in grado di farsi beffe della protezione dello Stato: così almeno ci è stato fatto credere. E allora dove sono i nostri servizi di sicurezza? Perché Di Matteo rischia ancora la morte? Nessuno si è occupato di capire cosa stia succedendo nel ventre molle di questo Paese?

Paolo Borsellino venne assassinato perché nessuno, dopo l’eliminazione di Giovanni Falcone, si occupava di capire cosa stesse succedendo dentro Cosa Nostra. E se qualcuno se ne occupava o ha fatto male il suo lavoro, avendo sulla coscienza la strage di via d’Amelio, oppure lo ha fatto fin troppo bene, agevolando e accelerando l’assassino di Borsellino a causa di giochetti, colloqui e negoziati bollati come sicurezza di Stato. Delle due, l’una.

Dicevamo, però, che i tempi sono cambiati. Oggi è lecito sperare che alcun pezzo o apparato di Stato collabori con la criminalità organizzata, o addirittura si sostituisca ad essa. A raccontare di casi simili sono proprio le inchieste che Nino Di Matteo non può oggi portare avanti: uomini di Stato assassinati da pezzi dello stesso Stato. Oggi, che come dicevamo i tempi sono cambiati, è lecito chiedersi quale fosse lo Stato più autentico. E da quale parte stia quello Stato. I silenzi delle più alte autorità, Quirinale in testa, sul caso Di Matteo sono in questo momento più rumorosi di un boato. Da cosa dobbiamo proteggere Di Matteo? E, soprattutto, da chi?