Con questo post inauguro il mio blog su ilfattoquotidiano.it.

Quando in occasione di una mia partecipazione al programma “Virus” di Rai2 ho incontrato il direttore Peter Gomez ci siamo entrambi resi conto di rappresentare, pur con tutte le nostre divergenze di vedute, le due “ali” di un’opposizione incalzante al partito unico del “Governo Alfetta”, l’ennesimo esempio di governo di “Grande Coalizione” in cui l’intesa trasversale si riesce a trovare solo sulle solite idee: più tasse, più debito, più burocrazia. Nonostante molte delle mie convinzioni politiche siano probabilmente all’opposto rispetto a quelle degli autori e dei lettori di molti blog qui raccolti, ho ringraziato dell’opportunità ed ho accettato volentieri di contribuire al dibattito da una posizione di sicuro differente da quella a cui l’opinione pubblica è abituata: chi scrive infatti non si trova a suo agio nelle varie polarizzazioni classiche tra “destra” e “sinistra”, tra “berlusconiani” e “antiberlusconiani”, tra “moderati” ed “estremisti” e via dicendo. Il vero scontro nel quale io prendo posizione (uno scontro sul piano culturale, ma anche tremendamente carico di conseguenze “fisiche”, che fanno la differenza tra la vita e la morte per lavoratori, imprese, famiglie e intere comunità) è quello tra “più Stato” e “meno Stato”.

Sono convinto, infatti, che la maggior parte dei problemi che stiamo vivendo sia dovuto ad un eccesso di interventismo da parte di politici e burocrati, che da decenni cercano di controllare, pianificare, regolamentare, ridistribuire e condizionare la nostra vita, senza alcuna responsabilità e senza alcuna comprensione dei fenomeni che tentano di governare. Sono convinto che il peso dello Stato italiano sulle nostre vite e sulla nostra economia, lungi dal poter essere ulteriormente aumentato (come hanno fatto in questi anni Letta, Monti, Berlusconi, Prodi, senza distinzione di parte), debba essere drasticamente e velocemente ridotto, per poterci consentire di sperare in una rinascita vera, solida e duratura. Sono convinto che questo peso sia oramai non solo economicamente inefficiente e moralmente indifendibile, ma anche e soprattutto realisticamente insostenibile. Il movimento globale “Tea Party”, che io ed altri militanti rappresentiamo in Italia, si batte per un ritorno alla libertà e alla responsabilità degli individui e della società. Lo slogan su cui ci basiamo è apparentemente molto semplice: “Meno tasse, più libertà”…ma contiene tutte le battaglie che contano davvero.

In questo blog racconterò l’avanzare inesorabile della tassazione in Italia (tassazione che non è limitata alle trattenute in busta paga o alle cartelle di Equitalia, ma che consiste anche della vera e propria “tassa burocratica” che le imprese pagano ogni mese con adempimenti assurdi e incomprensibili, della “tassa differita” rappresentata dall’irresponsabile indebitamento dello Stato italiano, della “tassa monetaria” costituita da quell’inflazione che, nonostante alcune meritevoli resistenze, si fa sempre più strada nelle politiche Bce, e che molta parte del fronte anti-euro invoca addirittura come benedizione e panacea). Parlerò poi degli sforzi quotidiani di chi si batte per arginare questa avanzata.  

Perché non esiste nessuna libertà che conti qualcosa, senza la libertà di disporre del frutto del nostro lavoro.