Quando si parla di “hate speech” sul web ci si riferisce soprattutto all’odio e al sessismo espresso contro le donne.

Ma l’hate speech non è soltanto pratica maschilista. Lo sanno le donne che ogni giorno polemizzano su Facebook, quando un “non sono d’accordo con te” diventa pretesto per un linciaggio travestito da crociata umanitaria. Potremmo definirli “neofondamentalismi 2.0” dove l’armata del bene si sente giustificata, in nome della difesa di una nobile causa, a proferire insulti travestiti da verità assolute.

Icone vagano per siti e social network a illuminare il cammino altrui. Utenti come testimoni religiosi. Se osi dire che non sei d’accordo ti insultano, segnalano il tuo profilo. Segnalerebbero anche il tuo respiro a un’entità divina se potessero, perché la tolleranza vale zero e quel che conta è che ne rimarrà uno solo (l’highlander pensiero) a riflettere la volontà di un gruppo che lotta per un bene superiore.

Significative sono le discussioni che gravitano attorno al tema della violenza sulle donne. Tema che più di ogni altro somma umori politici e ideologici differenti e talvolta perfino opposti. C’è la pretesa di una sintonia dovuta tra donne che non è affatto detto che ci sia. Perciò lei esprime un’opinione, l’altra si esaspera e scatta la polemica e l’augurio di stupro “perché tu non puoi capire”.

A commento di una notizia di cronaca in cui si parla di stupro, alcune donne liberano schizzi d’odio e pensieri violentissimi. Auspici di punizioni corporali per l’accusato: cappio, sottrazione di organi, torture. Dunque sul web piccole autarchie virtuali crescono: intercettano affinità, realizzano un branco su base identitaria, confabulano su un linciaggio.

A consolidare il branco serve l’esistenza del nemico esterno, includendo il troll promosso a pericolo per l’umanità. Serve il mostro, reale o immaginario, in nome del quale bisogna restare tutti uniti e fare squadra. Uniti, anestetizzando e rimuovendo conflitti, differenze politiche e di classe. Il branco usa l’hate speech politicizzato come strumento d’assalto. Il linciaggio virtuale è cosa molto diversa dalla critica. Quest’ultima non è la persecuzione di una persona alla quale dedichi odio e molti insulti immaginando di averne anche il diritto.

Di quel linciaggio è talvolta oggetto chi scrive di donne senza rispetto per l’ortodossia. Il branco in quel caso assume ruolo di moralizzazione dopodiché, oh tu che sbagli, sarai bandito dal pianeta terra. Non prima, però, di aver recitato tre Padre Nostro, quattro Ave Marie, un giorno in ginocchio sui ceci e pentimento esibito su pubblica piazza.

Punizione, gogna, pentimento ed espiazione per alcune sono le uniche vie di redenzione. Ed è così che invece che partecipare a scambi dialettici, non offensivi, in cui ci si confronta e si contamina, senza dimenticare mai che hai di fronte una persona, avendo ben chiaro che solo un confronto continuo e civile tra le parti, anche diverse, può portare a una crescita collettiva e a un progresso culturale, si preferisce una modalità da santa inquisizione con annessa scomunica.

La scomunica si esige assuma dimensioni universali. Non vale il principio per cui se non ti piace quello che uno scrive non lo leggi. Bisogna proprio che non scriva. Sicché si usano forconi virtuali, tempeste di mail alle redazioni di giornali, segnalazioni a papà Zuckerberg, illudendosi che Facebook sia uno spazio democratico che garantisce partecipazione.

La foga di censura, in certi casi, è tanta e tale che c’è chi studia appositi reati da contestare per fare tacere chi non la pensa come te. Gente che si consuma alla ricerca di prove per dimostrare che sei un criminale. Talvolta perché opprimi e a volte semplicemente perché dissenti. E in entrambi i casi non si ha alcuna voglia di ragionare. Si bastona. Tutto qui.

Perciò santo Zuckerberg, santa polizia postale, usati come cecchini da ronde antisessiste che hanno idea di mettere a tacere voci sgradevoli o non allineate. Come se ciò servisse. E tutto ciò continua finché non trovano un altro mostro che indigna sul quale sfogare la propria ossessione.

Per quanto io non riesca a tollerare neofondamentalisti d’ogni risma il punto è che non c’è mai una buona ragione per riprodurre codici di comunicazione, pratiche e linguaggi autoritari. Le prove di civiltà, anche nel web, le dai se non ti nutri d’odio, non lo replichi a tua volta e impari a sovvertire la comunicazione con azioni di resistenza un po’ diverse. Perché non puoi imporre le parole d’ordine. Non puoi imporre con spranghe (virtuali) idee, cultura, consapevolezza. Proprio non puoi.