Prigioni culturali. Stereotipi sessisti. Perché tra sesso e genere c’è differenza e qualunque sia il dettaglio biologico che ti caratterizza poi a vestirti di rosa o azzurro, senza che siano contemplate altre tonalità, è chi decide cosa dovrai essere.

L’adeguamento consiste nel fatto che dovrai sposare ruoli e considerarti dissidente nel caso in cui sei in via di diserzione. “Non fare la femminuccia” o “sei un maschiaccio” sono imposizioni che dalla nascita in poi è difficile evitare.

A veicolare stereotipi è chiunque. Che siano maschilisti o femministe della differenza, entrambi convinti che uomo/donna siano diversi per “natura”. Il risultato è che siamo costretti a muoverci dentro dicotomie rigide ed è complicato dirsi semplicemente “persone”.

Uno degli stereotipi ricorrenti è quello che parla di sessualità “diversa”. L’uomo avrebbe l’orgasmo osceno, incontinente, irrispettoso e la donna, invece, l’orgasmo sentimentale. In sintesi: quel che dell’uomo arriva a sesso fatto è sporco mentre la donna ha una vagina che si esprime solo a cuoricini.

Da chiedersi: come sarà l’orgasmo di una persona trans? Sporco? Sentimentale? La risposta omo/transfobica e unanime è “anormale”. E dunque orgasmerà in periferia e al buio. Stereotipo vuole, poi, che l’orgasmo sporco sia stimolato da immagini impudiche. Sarebbe finanche portatore di violenza e non fai in tempo a eccitarti guardando un porno che già sei per strada a violentare la prima che ti capita.

L’orgasmo puro invece godrebbe di un ulteriore immaginario. Le donne infatti sentirebbero vibrazioni clitoridee se te le porti a nozze.

Non v’è dubbio che anche video e foto formano un immaginario stereotipato e sessista. Solo corpi ritoccati. Donne senza una smagliatura e uomini senza un grammo di pancetta. La cosa strana è che dalla ‘Feminist sex wars‘ americana degli anni ’80, quando femministe alleate a reazionari censuravano anche i respiri e altre, tradotte e pubblicate solo da militanti di femminismi non egemoni o, come Gayle Rubin, mai tradotte, combattevano per la libertà di espressione e in difesa della pornografia, le immagini contestate sono quelle in cui una donna è nuda.

Non solo non si tiene conto di donne che scelgono di farsi immortalare, non sono vittime né subiscono il divieto morale di mostrare il corpo. Salvarti anche se non vuoi essere salvata è infatti l’assillo di chi non conosce il significato della parola “autodeterminazione”.

A poche viene in mente che le immagini in cui una donna interpreta il ruolo di moglie/madre possono essere sessiste tanto quanto. Ciò che viene messo in discussione è soprattutto il nudo.

Sicché le battaglie contro le immagini sessiste diventano anestetici sociali per precarie la cui precarietà viene ignorata, perché se precariamente mostrano il corpo per guadagnare vengono perfino tacciate di collusione con il patriarcato, ma sono anche espressione di un moralismo che finisce per normare corpi e sessualità. C’è l’istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap) che mette un veto su uno spot perché c’è un vibratore. L’apposita commissione formata nel Comune di Milano giudicherà l’indecenza. Alcune del Pd hanno presentato un disegno di legge in cui sono previste sanzioni e perfino pene detentive per chi mette in giro manifesti sessisti.

Poi c’è chi vede il demonio dentro il web. A turno e in nome della salvezza dei “soggetti deboli” c’è chi propone l’oscuramento di questo e quello, sorveglianza intra-mutanda, microchip identificativo testosteronico, videocontrollo preventivo telepatico, disintegrazione del criminale spermatozoo che ancora si ostina a crackare la verginità delle web-viandanti.

Perfino in rete il soggetto debole è femmina, benché maggiorenne, perché anche alla tastiera noi siamo prodighe di sentimento. Inutile dire che: bannare è uno strumento di autodifesa universale, la rete è invasa da analfabeti digitali e gente che sa solo insultare e non attende altro che linciare uno dei tanti “mostri” messi alla gogna e dunque servirebbe prevenzione, cultura, educazione e un minimo di alfabetizzazione per chiunque.

Ci viene imposta tutela anche nel web, dove è più semplice fare controcultura e agire il sessismo con strategie di sovvertimento dei linguaggi senza invocare tutori, repressione, controllo, che poi saranno usati a censura delle idee e del dissenso. Deboli sempre al punto che il filone femminista sovversivo che parla di porno femminismo e postpornografia, viene liquidato con un insulto: post-femminismo.

Il rischio è che tanta “protezione” nei confronti delle donne sia un modo come un altro per educare corpi e orgasmi, perché tra chi dice che bisogna mettere il burqa per non essere stuprate e chi ci vieta di spogliarci per non essere mercificate, alla fine non c’è poi così tanta differenza.

L’immaginario alternativo proposto, d’altro canto, è un trionfo di femmine vittimizzate e crocifisse, piene di lividi, scippando il linguaggio religioso per indurre lui, a trasformarsi da patriarca cattivo a patriarca buono.

Noi, misticamente avvolte da luce, mogli/madri. Tu, patriarca buono: sorvegliaci, non picchiarci. Controllaci, non masturbarti. Perché siamo sante. Quelle altre invece no. Si spogliano. Guardano i porno. Li interpretano. Si masturbano. E trombano. Che schifo, eh?