Solitudine e redenzione. Con un percorso obbligatorio: il corpo umano. Su questa sintesi universale è passato il grande cinema concorrente nel weekend dell’ottavo Festival di Roma. Artefici ne sono due autori nordamericani magicamente appaiati nel programma della kermesse con due opere tanto diverse quanto affini per bellezza e importanza tematica. Con Dallas Buyers Club il canadese Jean-Marc Vallée non si è sottratto ai rischi di guardare in faccia un dramma tuttora mal raccontato come l’Aids, confezionando un film di grande solidità anche grazie al lavoro magistrale del protagonista Matthew McConaughey (già in odore da Oscar). Appena poco più a sud, lo statunitense Spike Jonze ha ridefinito il paradigma delle relazioni umane nell’era 2.0 grazie al magnifico Her, in cui un uomo – interpretato da Joaquin Phoenix – s’innamora ricambiato di un Sistema Operativo.

Affrontati insieme, i due (diversissimi) film evidenziano un paradosso: se negli anni ’80 l’esuberanza d’incontro tra corpi non protetti esponeva l’uomo all’allora letale virus Hiv, nella società contemporanea la quasi totale dematerializzazione della relazioni sta portando al virus dell’Intollerabilità stessa del corpo. Il film di Vallée s’ispira alla biografia del texano Ron Woodroof dal momento in cui gli furono diagnosticati l’Aids e un mese di sopravvivenza. Con la rabbia di un montatore di tori da rodeo, l’uomo avviò una personale guerra legale contro la Fda americana che impediva l’utilizzo (e la sperimentazione) di alcuni farmaci atti a prevenire l’evoluzione del virus in Aids. I suoi 30 giorni di vita diagnosticati divennero 7 anni grazie a pellegrinaggi per il mondo alla ricerca di cure adatte, trovate dal Messico al Giappone, dall’Olanda alla Cina. Con la caparbietà di chi non vuole arrendersi a morte annunciata, Woodroof diede forma a una società con il trans tossico Rayon (Jaret Leto) intitolata appunto Dallas Buyers Club che tesserava sieropositivi fornendo loro gratuitamente le sostanze “vietate”. Pellicola tesa, commovente senza un filo di retorica, quella di Vallée si candida a un ampio palmares nel festival capitolino, dopo aver trionfato a Toronto e San Sebastian lo scorso settembre.

Un’altro successo possibile è per l’opera del talentuoso Jonze, già autore cult dell’off Holllywood da oltre un quindicennio con Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee. Her indica la voce di Samantha (quella di Scarlett Johansson che mai compare in video) ovvero del sistema operativo intelligente e sensibile di cui s’innamora Theodore, prossimo al divorzio. L’uomo – che a detta della quasi ex moglie psicologa non è in grado di gestire una relazione di coppia reale – è un sensibile scrittore di lettere “personali” per conto terzi: una professione emblematica di un’epoca sopraffatta dalla tecnologia in cui la gente non riesce più ad empatizzare. In questo bizzarro lavoro Theo è un maestro, qualcuno che desidera con tutto se stesso amare ed essere amato ma non ne è capace fino in fondo. Ci riesce, pertanto, con una macchina. Da lì esce una voce che Theodore ascolta con un auricolare connesso in wifi con una videocamera palmare. Samantha è un’intelligenza artificiale – sistema esperto programmato per evolversi e modificarsi “geneticamente”, se di geni si può parlare. Ma il paradosso è che come Theo sono ridotti altri individui. Talmente tanti da non riuscire a contarli: gente innamorata di voci comprensive, onniveggenti e geniali. Tra Samantha e l’uomo s’instaura un “vero” rapporto d’amore, con tanto di litigi e abbandono. Un evento che permette al protagonista di “superare” i suoi limiti. Forse. Entrambi i film usciranno prossimamente nelle sale italiane. Da non perdere.