Lasciamo perdere il ritorno a Forza Italia. Lasciamo perdere la legge di stabilità. Lasciamo perdere il fastidio per un governo con chi – il Pd – lo accusa da anni. Lo scontro finale all’interno del Pdl ha una sola etichetta e sopra si trova scritta la parola decadenza. La crepa del Pdl diventa dunque via via più larga e il consiglio nazionale che potrebbe diventare la scazzottata finale è in programma tra pochi giorni, sabato 16. Altro che pace e unità, invocata nei rari momenti in cui si placano grida e insulti. Per molte fonti la questione non è più se, ma quando si arriverà alla definitiva separazione tra Forza Italia e Pdl

Al centro del tavolo da gioco, certo, ci sono pure l’accelerazione verso Forza Italia e il fastidio per un governo che si prepara a una legge di stabilità che non sarà la lista dei desideri del Cavaliere. Ma il vero punto di rottura è, ancora una volta e come sempre, sulla decadenza da senatore di Berlusconi. Quindi è inevitabile che Angelino Alfano, ancora oggi, sia partito prima di tutto da qui: “Berlusconi ha sempre detto che distingue la vicenda giudiziaria da quella personale – ha detto il vicepresidente del Consiglio a SkyTg24 – Penso che su tale questione Berlusconi stia ancora riflettendo, è vittima di una grave ingiustizia. Noi comunque chiederemo a Berlusconi di continuare a sostenere questo governo”. E’ più simile a un appello che non a un ultimatum. Eppure la reazione di Daniela Santanchè è rabbiosa: “E’ pronto per le primarie del Pd”. Presa di posizione che conta doppio se è vero che ormai il Cavaliere sembra ascoltare sempre di più i duri e puri, foderandosi le orecchie quando invece parla chi vorrebbe ricondurlo a più miti consigli, come Gianni Letta.

Alfano: “Il caso giudiziario non è chiuso. Ma oggi Silvio non sarebbe candidabile”
Alfano usa tutte le carte della diplomazia per ribadire che non vuole certo fare la rivoluzione. Ribadisce per esempio che il caso “giudiziario” di Berlusconi (cioè la condanna definitiva a 4 anni per frode fiscale) “non è chiuso”, che il Cavaliere ha ancora delle cartucce da sparare, nonostante la “persecuzione”. Ripete che la stima per il capo del partito è immutata: “Meriterebbe non una, ma tre nomine di senatore a vita, come politico, imprenditore e presidente del Milan”. Arriva addirittura a riproporre il leader – ormai alla soglia degli 80 anni – come candidato alla presidenza del Consiglio. E qui si infila il tentativo di placare le furie di Verdini, Santanchè e gli altri: “Quelli che dicono andiamo a votare subito” sostengono “andiamo a votare senza candidato”, visto che Berlusconi “potrebbe fare campagna elettorale, ma non guidare il governo”. Alfano, certo, sa quali rischi corre: “Non ho nessuna paura del ‘metodo Boffo‘. Lo abbiamo messo in conto, se dissentiremo ne saremo vittime. Ma non abbiamo paura”. Se poi Berlusconi decade da senatore e decide di non sostenere più l’esecutivo delle larghe intese “cosa accadrà io non lo dico oggi, perché noi insisteremo che tenga la linea della responsabilità. Io so per certo che nella mente di Berlusconi, che è persona responsabile, alberga un forte senso di responsabilità verso il Paese”.

Berlusconi non ascolta più i vecchi amici e resta in balia dei falchi
Frase significativa nei toni più che nel contenuto. Quasi un messaggio per suggerire a Berlusconi di non ascoltare le sirene che lo portano sulla strada (secondo Alfano) sbagliata. Un retroscena della Stampa raccontava oggi di un “Berlusconi sordo con i vecchi amici”, quelli della moderazione, del buon senso, dei limiti al rischio di estremismo, delle buone forme istituzionali. Gianni Letta e Fedele Confalonieri, per esempio. La loro influenza cala mentre nel frattempo aumenta quella di lealisti, falchi, cerchi magici vari: Verdini, Sallusti, Santanchè, Bondi, Brunetta. Il quotidiano torinese riferisce di un Cavaliere che ormai, a 77 anni suonati, pretende il diritto di “farsi del male da solo”. E cita l’esempio del paragone spericolato tra i suoi figli e gli ebrei perseguitati e trucidati da Hitler. Insomma, il rinnovamento dei consiglieri è alla base della deriva dell’ex capo del governo. La riprova è d’altronde nel primo tentativo di spallata avvenuto tra fine settembre e inizio ottobre che è poi stato neutralizzato proprio a causa dei governativi del centrodestra. 

Santanchè: “Alfano pronto per le primarie del Pd”. 
Sia come sia la prima reazione alle parole del segretario del Pdl è uno schiaffo in pieno volto: “Alfano – afferma Daniela Santanchè – conferma che le larghe intese non prevedono la salvezza e neppure la tutela di Berlusconi. Un programma vincente per correre alle primarie del Partito Democratico“. La pitonessa non è sola: “L’impressione è che l’approccio politico di Alfano – dichiara Daniele Capezzone – sia volto a “comprare tempo”. Ma il guaio è che il tempo sta scadendo sia rispetto alla decadenza di Berlusconi sia rispetto alla legge di stabilità. E, se ci spingiamo troppo in là, vale il monito di Keynes: ‘Nel lungo periodo siamo tutti morti…’. E questo varrebbe innanzitutto per chi restasse prigioniero di uno schema di Governo che contraddicesse i nostri programmi elettorali (sulle tasse) e tentasse l’assassinio politico del nostro leader”. Tradotto: decadenza e legge di stabilità sono legate a doppio filo.

Scontro totale. Lorenzin: “Usano il metodo Boffo”. Bondi: “Lei esempio del baratro morale”
A sua volta la Santanchè viene poi travolta dalle critiche di quelli che in teoria sarebbero i sodali di partito. La circostanza è solo l’ennesima conferma che le distanze restano siderali. L’ultima scossa di nuovo oggi, perché neanche la domenica ferma lo scontro. Il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin attraverso Repubblica manda a dire: “Utilizzano il metodo Boffo, l’unico che conoscano per fare politica”. E’ una replica a Sandro Bondi, tanto scatenato quanto disperato, che aveva associato le figure dei ministri Nunzia De Girolamo e Lorenzin al “vuoto morale del Pdl”. E lo stesso Bondi ribadisce: “Alludere ad un presunto metodo Boffo o agli insulti come unico modo di fare politica, come fa Lorenzin, in riferimento al confronto interno al nostro partito e segnatamente alla mia persona, dà esattamente la misura del baratro morale e culturale in cui siamo precipitati”.  

L’ultimo duello Alfano-Berlusconi. Il Cavaliere: “Pronto a fare un Vietnam in Parlamento”
Nell’ultimo confronto con Alfano, venerdì scorso, Berlusconi aveva chiesto che tutti fossero al suo fianco per la rinascita di Forza Italia, peraltro già decisa nell’ufficio di presidenza e proprio senza Alfano che incidentalmente del Pdl sarebbe il segretario politico. Il vicepresidente del Consiglio si sarebbe mostrato disponibile, ma avrebbe chiesto nuove garanzie sul sostegno all’esecutivo di Enrico Letta. La risposta sarebbe stata senza appello: non si può essere alleati, è il ragionamento del Cavaliere, con chi non vede l’ora di pugnalarti. E se tu decidi di rimanere con loro – ha detto Berlusconi ad Alfano – sappi che agli occhi di tutti passerai come il “traditore”. L’uomo di Arcore è pronto alla guerra, è pronto anche a stare all’opposizione preparando una sorta di rappresaglia parlamentare: farò il Vietnam – ha minacciato, secondo le agenzie di stampa – bloccando i lavori delle commissioni. 

Per contro Alfano, se rappresenta verosimilmente una minoranza nel partito, ha dalla sua il potere di un pacchetto di voti sufficiente a far stare in piedi il governo: una situazione ormai stabilizzata. “La nuova maggioranza” la chiamò Dario Franceschini il 2 ottobre, il giorno delle 4 giravolte di Berlusconi sulla fiducia. Per dirla più facile al Senato (dove la maggioranza delle larghe intese è meno larga) ci sono i 23 del Pdl che voterebbero per il governo Letta anche bendati, fregandosene – di fatto – dell’espulsione di Berlusconi dal Parlamento. 

Il consiglio nazionale degli 863 e la guerra dei numeri
La guerra dei numeri va avanti da settimane, tra telefonate, conteggi, calcoli delle probabilità. Ma è anche sul piano regole che falchi, lealisti e alfaniani preparano la battaglia del Consiglio nazionale in programma sabato prossimo. Ed è evidentemente tutto inedito per un partito che voleva essere “leggero” e “nuovo”, fuori dalle liturgie delle forze politiche tradizionali. Dall’uomo solo al comando acclamato dal popolo si è passati a litigare di maggioranze qualificate, mozioni e voto segreto. Al Palazzo dei congressi dell’Eur, tutto comincerà con una relazione introduttiva di Berlusconi. In sala ci saranno solo gli aventi diritto al voto. Per falchi e lealisti il caso è presto detto: basta che tutti dicano sì al discorso del Cavaliere. Ma non sarà così. Dietro l’angolo c’è una scissione che i “pontieri” (Paolo Romani, Renato Schifani, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri tra gli altri) stanno cercando di esorcizzare. Ma le probabilità che la trattativa per una linea unitaria fallisca sono alte. E ci si prepara alla conta e ai ricorsi. Tanto che non sembra più di parlare del Pdl, ma del Partito Democratico.

E’ una platea vasta e composita, quella del consiglio nazionale: parlamentari, ministri, coordinatori locali, presidenti di regione e provincia, sindaci, ma anche consiglieri, dirigenti giovanili. Si tratta di 863 membri. In 585 avrebbero già firmato il documento a trazione “lealista” presentato da Berlusconi all’ufficio di presidenza. Ma, secondo i calcoli dei pasdaran (Denis Verdini in prima fila), 645 sarebbero già pronti a votarlo, contro i soli 130 sostenitori del documento dei governativi (i restanti 80 sarebbero indecisi). 

Rissa sulle regole. Gli “innovatori” vogliono voto segreto e maggioranza qualificata
Diverse le previsioni degli “innovatori”: 320 firme (“macché 130”) al documento filogovernativo, più circa 90 incerti. Senza contare chi ha firmato entrambi i documenti. Ed è per tutelare chi “si è sentito costretto a sottoscrivere il testo dell’ufficio di presidenza”, che gli alfaniani si dicono pronti a chiedere il voto segreto. “Se lo neghi al nostro consiglio nazionale, come fai poi a chiederlo per difendere” Berlusconi in Senato?” si domandava pochi giorni fa Roberto Formigoni, conquistandosi veleni (“Ci è o ci fa?”, Mara Carfagna) e insulti (“Idiozie, si vergogni”, Renata Polverini). Il voto segreto, spiegano i lealisti, è una “panzana” perché non previsto dallo statuto e “mai usato” in un partito. Ma i governativi sostengono che è l’assemblea a dover decidere la modalità del voto, dunque potrebbero proporre la segretezza.

E mentre gli alfaniani denunciano “anomalie” nelle convocazioni per il consiglio nazionale (“Commissariamenti all’ultimo minuto, dimenticanze di nomi” di persone vicine ad Alfano) su un’altra regola si annuncia battaglia campale: serve o no una maggioranza dei due terzi per approvare il passaggio a Forza Italia? L’articolo 52 dello statuto Pdl richiede i due terzi per le modifiche statutarie. Ma i lealisti sostengono che non è questo il caso: il Pdl resterebbe “in sonno” (continuando a percepire finanziamenti). E il ritorno a Forza Italia sarebbe una decisione politica di quelle per cui l’articolo 19 dello statuto non richiede una maggioranza qualificata. Muro contro muro. Come se ne esce? Semplice, dicono i lealisti: a dirimere le questioni è chi presiede il consiglio nazionale. Cioè, Berlusconi. Ma se si arriverà alle estreme conseguenze, “al limite deciderà un giudice”. Sarebbe l’ultimo dei paradossi: mettere il destino del partito di Berlusconi in mano ai magistrati.