Lo strappo. Angelino Alfano non partecipa all’ufficio di presidenza del Popolo delle Libertà. E Silvio Berlusconi “sospende” il partito e azzera tutte le cariche: compresa quella del segretario che avrebbe dovuto essere il suo delfino e invece potrebbe trasformarsi in Bruto. Insomma, il capo tira dritto e fa quello che aveva annunciato: cancella il Pdl e fa risorgere Forza Italia. La pace di cartapesta delle ultime settimane viene fatta di nuovo a pezzettini, lo scontro tra i due leader è ormai frontale. Non c’entra più nemmeno l’atteggiamento nei confronti del governo Letta. Il Cavaliere, infatti, esce dall’ufficio di presidenza e per prima cosa conferma il sostegno all’esecutivo. Derubrica le divisioni a “incomprensioni” di tipo personale, si dice sicuro che tutto sarà “sanato”, esprime stima per Alfano e fiducia nei ministri. Ma lancia un messaggio chiaro: coloro che rappresentano quello che fino ad oggi si è chiamato il Pdl devono ora rispettare le decisioni della maggioranza del partito che ora invece ha il nome di Forza Italia.

Tutti – da questa e dall’altra parte – invocano l’unità. Nel frattempo, però, appare chiaro una volta di più come l’ex Pdl sia spaccato in tre tronconi: falchi, lealisti, governativi. E proprio questi ultimi giurano che il chiarimento – tradotto: la resa dei conti – avverrà al consiglio nazionale, che non è un direttivo di 24 “oligarchi” come l’ufficio di direzione, ma conta quasi 800 persone. L’appuntamento è per l’8 dicembre, lo stesso giorno del congresso del Pd. Cioè di quello che potrebbe essere il primo giorno di Matteo Renzi da segretario.

I toni diplomatici li usa anche Alfano, ma è solo un altro modo per gridare che la battaglia non è finita: “Il mio contributo all’unità del nostro movimento politico che mai ostacolerò per ragioni attinenti i miei ruoli personali, è di non partecipare, come faranno altri, all’ufficio di presidenza che deve proporre decisioni che il consiglio nazionale dovrà assumere – ha affermato Alfano – Il tempo che ci separa dal consiglio nazionale consentirà a Berlusconi di lavorare per ottenere l’unità”. Il Pdl muta in Forza Italia in pochi minuti con un documento approvato all’unanimità. Grazie: c’erano solo “lealisti” e “falchi”, per usare le semplificazioni giornalistiche delle ultime settimane. Erano presenti in 18. Non c’erano Alfano, Formigoni, Giovanardi, Sacconi, Schifani. Mancava anche Bondi, ma solo perché si trova all’estero. “A queste condizioni io in Forza Italia non ci entro, è un errore. E con me sono in tanti” aveva detto il vicepresidente del Consiglio al Cavaliere chiedendogli di rinviare l’ufficio di presidenza, insieme ai 4 ministri del Pdl. Il confronto di oltre 3 ore durante il quale l’ex presidente del Consiglio ha compreso i ragionamenti di Alfano, ma ha confermato la sua linea. 

Schifani: “Non partecipo, lavoro per l’unità”
Ma all’ufficio di presidenza non sono andati neanche il capogruppo al Senato Renato Schifani né il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri. “Ritengo opportuno – spiega il primo – non prendere parte ai lavori pomeridiani dell’Ufficio di Presidenza, avendo appreso che alcuni componenti di questo organismo non parteciperanno, denotando in questo modo l’esistenza di opinioni politiche diverse all’interno del Pdl”. “Ringrazio per l’invito – aggiunge invece l’ex An- ma non avendo diritto di voto non voglio offrire il fianco a polemiche circa le presenze e la composizione dell’organo”. Gasparri sostiene di voler fermare “con decisione” l’attuale “impegno autodistruttivo”.

Tutto ciò viene accolto nel silenzio perfetto di Alfano e delle altre “colombe” e con l’entusiasmo scatenato dei pasdaran. “Finalmente Forza Italia e Berlusconi leader” (Deborah Bergamini), “Berlusconi unico titolare del consenso” (Anna Maria Bernini), “Berlusconi ha rinfuso in noi entusiasmo” (Stefania Prestigiacomo), “Al via fase nuova, non si tornerà più indietro” (Altero Matteoli), “Comincia nuova stagione centrodestra italiano” (Mariastella Gelmini), “Torna Forza Italia, vessillo di libertà e democrazia” (Mara Carfagna), “La leadership Berlusconi è insuperabile” (Renata Polverini), “Grande soddisfazione per ritorno a Forza Italia” (Daniele Capezzone).

Sacconi: “L’ufficio di presidenza non rappresenta più il partito”
A tenere insieme i cocci c’aveva provato fino all’ora di pranzo con una dichiarazione fulminante il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, ormai diventato uomo degli ultimatum mancati: “Oggi transizione verso Forza Italia. Tutti uniti”. Macché. La richiesta dei governativi era invece di rinviare l’ufficio di presidenza. Da una parte per evitare spaccature, dall’altra perché sono in netta minoranza rispetto ai  duri e puri, i “falchi”. Il messaggio era arrivato, nero su bianco, dall’ex ministro Maurizio Sacconi: l’ufficio di presidenza, aveva dichiarato, “pur formalmente corrispondente alla lettera statutaria, non riflette nella sua composizione né la storia né l’attualità del nostro movimento politico, tanto nella dimensione politica quanto in quella istituzionale”. Ma anche i cosiddetti “lealisti” si erano riuniti: tra loro Raffaele FittoMariastella GelminiGianfranco Rotondi e Stefania Prestigiacomo. La loro linea: avanti col passaggio a Forza Italia e leadership ben salda nella persona di Berlusconi.

Nel frattempo Francesco Nitto Palma cercava di rimandare la palla nel campo dei governativi: “Ho l’impressione  – diceva il coordinatore regionale della Campania – che si stia drammatizzando oltre misura l’ufficio di presidenza che si terrà tra qualche ora, tanto da chiederne unilateralmente il rinvio nonostante che la sua convocazione, come da statuto, sia stata meditatamente decisa dal presidente Berlusconi. Ma quale è il problema? Che si sancisca il passaggio dal PdL a Forza Italia? Ma non eravamo tutti d’accordo? Non siamo stati tutti immortalati sorridenti il giorno della inaugurazione della sede di San Lorenzo in Lucina?“.

“Sostegno al governo, ma se il Pd vota la decadenza…”
Chi non ha partecipato, dirà poi Berlusconi, lo ha fatto con il suo consenso in modo da approvare il documento all’unanimità. Nell’ordine del giorno – molto “berlusconiano” – non si parla solo del partito. Si parla anche di governo e soprattutto della decadenza da senatore del Cavaliere. Se il Pd voterà la decadenza, riassume poi lo stesso ex presidente del Consiglio in conferenza stampa, sarà “molto difficile continuare a collaborare con un alleato con cui si siede in consiglio dei ministri ma che si basa su una sentenza frutto di un disegno preciso di certa magistratura”. Non solo: il voto sulla decadenza “applica una legge”, la cosiddetta legge Severino, “che è discussa anche da parte di molti giuristi”, sottolinea Berlusconi, e “viola l’obbligatorietà del ricorso alla Corte europea ove vi siano contrasti”. Applicando la legge Severino alla sua condanna, sostiene, “si viola la retroattività della legge penale che è alla base del diritto e si colpisce al cuore lo stato di diritto. Ci domandiamo – aggiunge – come possiamo collaborare con una parte politica che viola in questo modo la legge” esprimendosi a favore della decadenza.