Le larghe intese dell’Atac. Nella municipalizzata del trasporto di Roma, è stata varata la nuova macrostruttura dirigenziale. La sorpresa? La conferma, nell’era del sindaco Ignazio Marino, di molti uomini legati al suo predecessore Gianni Alemanno. Senza dimenticare i ritorni eccellenti: i manager accusati di essere legati al sistema del faccendiere Luigi Bisignani. “La chiamavano discontinuità”, dicono alcuni autisti alle prese con il braccio di ferro sugli straordinari. “Il cambio di passo promesso solo pochi mesi fa, in campagna elettorale, – aggiungono – non c’è stato”. Tra i super dirigenti tengono stretta la poltrona a destra e sinistra. E rispuntano quelli con un passato in Trenitalia. Con lo spettro, paventato da Sel, di una privatizzazione che spacchetti l’Azienda tramvia autobus del Comune, lasciando alle ferrovie la good company e a Palazzo Senatorio debiti per oltre un miliardo di euro.

Non solo: più di 200 milioni di disavanzo annuale, in una spa con 12mila dipendenti e un tasso di produttività inferiore del 30% rispetto a quanto concordato nel contratto di servizio. Dati che emergono nelle relazioni dell’amministratore delegato, Danilo Broggi, e dell’assessore alla Mobilità, Guido Improta. Se il 60% dei bus, con età media di 8 anni, non va su strada, la metropolitana non se la passa meglio: sulle 2 linee circola solo il 53% dei treni. Sulla A i vagoni hanno 13 anni, la B arrivano a 22. E la fusione, nel 2010, tra Atac, Trambus e Metro non ha portato i risparmi sperati. Con il deficit che lievita. Colpa anche dei costi di manutenzione, che a Roma sono di 1 euro a chilometro, mentre la media nazionale è di 0,54 centesimi. Il buco nero è rappresentato dalle spese per consulenze, vigilanza e locazioni, pari a 60 milioni. E che registrano un incremento di 46 punti percentuali.

Il nuovo amministratore delegato punta il dito contro la governance degli ultimi anni, che corrisponde a quella voluta da Alemanno e che resta in sella anche con la coppia Marino-Broggi. Quest’ultimo è il nome nuovo della società. In quota Lega, ricopriva lo stesso ruolo in Consip, con cui la municipalizzata ha stipulato un contratto per i telefoni aziendali. Alla presidenza resta Roberto Grappelli (Pdl); all’international auditing Marco Sforza, a 90 mila euro l’anno, grazie al legame con l’ex direttore generale Antonio Cassano. Nel Pd la poltrona dirigenziale è di Vincenzo Saccà (prima pidiellino) che conserva 120 mila euro lordi di stipendio per la Comunicazione. Conferme anche per i manager legati all’ex amministratore delegato, nonché ex capo di gabinetto di Alemanno, Maurizio Basile. I basiliani legati al sistema Bisignani sono Roberto Cinquegrani (Direzione commerciale) e Antonio Abbate (Affari legali): entrambi mantengono un assegno di oltre 200 mila euro, fino al 2016. Con loro il pidiellino Vincenzo Pesce (Amministrazione e finanza). Trattavano la buonuscita, restano al loro posto. Senza dimenticare Pietro Spirito alla Direzione operazioni: 250 mila lordi l’anno per 3 anni. Poco meno per Giuseppe Alfonso Cassino, responsabile di superficie.

“Molti vengono da Trenitalia: tra questi Cassino, Sforza”, fanno notare alcuni dipendenti. La paura, in Sel, è che “l’Atac potrebbe essere divisa in 2, lasciando i debiti al Comune”. Non basta. Perché “ci sono anche 20 dirigenti in uscita, su 80, che non sono stati ancora ricollocati e sono a carico dell’azienda”, spiega un dipendente. In piedi molte bandierine tra i quadri: Patrizio Cristofari, conosciuto come “il fioraio di Guidonia” e genero dell’ex ad Adalberto Bertucci (indagato per la parentopoli nell’Atac), dirige la Manutenzione immobili e impianti (200mila euro annui). Poi c’è Sabrina Bianco, moglie di Luca Avarello a sua volta responsabile della campagna elettorale degli esponenti Pdl Sveva Belviso e Andrea Augello; per lui un guadagno di 70mila euro. Mario Impastato invece è legato al deputato pidiellino Francesco Aracri. Al loro posto anche Giampiero Bellomo (altro azzurro da 100 mila euro) e Maurizio Del Giovane, vicino a Spirito e ideatore di quel piano neve 2012, quando Roma restò bloccata per giorni dopo i fiocchi scesi a febbraio.

Scelte che arrivano nei giorni in cui scoppia la bomba sui biglietti clonati. Un sistema che costerebbe alla società capitolina altri 70 milioni in 12 mesi, immettendo sul mercato titoli di viaggio contraffatti. Gli autisti invece sono sul piede di guerra, a causa degli straordinari che sono diventati la regola per coprire il servizio e mesi di ferie non godute. Broggi, via agenzie, spiega che è stato avviato lo studio dei “flussi e sul modo in cui possiamo servire la domanda in termine quantitativo e dove possiamo servire domande più basse, con maggiore efficienza, senza dispersione di spese”. Il 6 novembre 2013 anche l’accordo che taglia del 15% i costi dei dirigenti dal 2014. Ma la macrostruttura dirigenziale resta la stessa, come i tempi di attesa alle pensiline.