C’è qualcosa di epico, di cinematografico nella parabola politica e umana di Antonio Bassolino. Osannato con toni esageratamente superiori ai suoi reali meriti nella sopravvalutata stagione del Rinascimento Napoletano, quando gli bastò chiudere piazza del Plebiscito al traffico e invitare un paio di artisti alla sua corte per far gridare al miracolo. Deriso e vilipeso oltre le sue effettive colpe quando una montagna di rifiuti si riversò sulle strade della Campania, quando lui non era più commissario straordinario dell’emergenza da più di tre anni ed era solo uno dei tanti anelli di una catena di ignavia e di incapacità composta da pezzi importanti dei governi nazionali e locali.

Infine sacrificato sull’altare di un presunto rinnovamento della politica. Sacrificato lui, e lui solo. Per ordine di una classe dirigente del Pd, composta da professionisti della sconfitta come Fassino, Rutelli e D’Alema, che fece di tutto per isolare e mortificare le ambizioni di Bassolino, che tra le sue tante colpe aveva avuto anche quella di vincere ogni elezione alla quale si era presentato ed era diventato troppo ‘grande’ per essere gestito e controllato dal ‘centro’. La Campania divenne la camera di compensazione delle beghe romane e Bassolino fu poco alla volta schiacciato sotto il peso di inconcludenti e deleterie mediazioni nazionali: doveva restare a Napoli perché lui e solo lui poteva garantire gli accordi con De Mita e Mastella, altrimenti chi avrebbe tenuto a bada la Margherita e l’Udeur e come reggere in piedi i fragilissimi equilibri del centrosinistra?

Bassolino lo sapeva, lo capì, mal digerì questa situazione. Sbagliando, si piegò all’andazzo e si chiuse nel suo fortino di palazzo Santa Lucia. L’assoluzione nel processo per il disastro rifiuti in Campania non lo assolve da altre responsabilità. A cominciare da quella di aver gestito la Regione Campania e il commissariato per l’emergenza rifiuti come centri di potere e di clientele. Macchie indelebili di una stagione politicamente fallimentare. Ma non soltanto per colpa sua.