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Strage di Bologna, la difesa Cavallini insiste: “Nuove analisi Dna”. Il presidente dei familiari: “L’86esima vittima era nella pancia di una donna incinta”

La difesa dell’ex Nar, condannato in via definitiva all’ergastolo, vuole confrontare il profilo genetico con quello delle altre vittime e ricostruirne origine ancestrale e fenotipo. L’ipotesi è che il frammento facciale trovato nella bara non appartenga a nessuna delle 85 persone uccise nell’attentato. La Corte si è riservata la decisione.
Strage di Bologna, la difesa Cavallini insiste: “Nuove analisi Dna”. Il presidente dei familiari: “L’86esima vittima era nella pancia di una donna incinta”
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La difesa di Gilberto Cavallini torna a chiedere nuovi accertamenti sui resti biologici rinvenuti nella bara di Maria Fresu, una delle 85 vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nell’udienza davanti alla Corte d’assise d’appello di Bologna, l’avvocato Alessio Pomponi, sostituto di Gabriele Bordoni, ha ribadito la richiesta di autorizzare nuove analisi del Dna sui reperti riesumati nel 2019 dal cimitero toscano di Montespertoli. Sentite le parti, la Corte presieduta da Pasquale Stigliano si è riservata la decisione, attesa nei prossimi giorni.

La richiesta

L’istanza è stata presentata nell’ambito di un incidente di esecuzione, già promosso nel 2023 e respinto. La difesa chiede che il genetista Emiliano Giardina possa effettuare una comparazione con i profili delle altre vittime di sesso femminile e approfondire l’origine ancestrale e il fenotipo del Dna, cioè alcune caratteristiche biologiche osservabili. Al centro della richiesta c’è un frammento facciale con scalpo rinvenuto nella bara di Fresu, la donna che morì con la figlia Angela di 3 anni.

Le analisi svolte durante i processi hanno concluso che il Dna di quel reperto non fosse attribuibile alla donna. Da qui l’ipotesi della difesa: potrebbe appartenere a una persona mai identificata, forse una donna che si trovava nelle immediate vicinanze dell’esplosione. L’eventuale esistenza di una 86esima vittima, tuttavia, non è stata dimostrata. Un’ipotesi legata alla presunta pista palestinese – suggerita dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga – che prevedeva un terrorista o una terrorista di passaggio a Bologna. L’ordigno sarebbe esploso per errore. Ma queste ricostruzioni, proposte in più fasi dei processi, sono state vagliate ed escluse dai giudici. Che hanno attribuito la paternità del massacro ai Nuclei Armati rivoluzionari, con i finanziamenti di Licio Gelli e il contributo dei servizi segreti deviati e quello dell’ex terrorista di Avanguardia nazionale Paolo Bellini.

Gli accertamenti richiesti mirano a verificare se il materiale genetico possa essere ricondotto a una delle vittime già identificate o a una persona diversa, ma la questione era già stata affrontata nel corso del procedimento che ha portato alla condanna definitiva al fine pena mai di Cavallini. I periti, nominati nei processo d’appello, avevano rilevato che alcuni resti rinvenuti nella bara, tra cui una mano e il frammento del volto, appartenevano a due donne diverse. Avevano inoltre spiegato che, nelle operazioni di soccorso successive all’esplosione, la ricerca dei sopravvissuti tra macerie e polvere poteva aver determinato il mescolamento di parti organiche. I soccorritori disperati cercavano con foga di tirar fuori dalla macerie più persone possibile.

L’opposizione delle parti civili

La richiesta incontra la netta opposizione delle parti civili. Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ha respinto l’ipotesi di una persona in più tra le vittime della strage: “L’86esima vittima era nella pancia di Viviana Bugamelli, che era incinta”. Lambertini ha definito l’iniziativa un ulteriore tentativo di far sentire Cavallini non abbandonato, aggiungendo che, a suo giudizio, questo potrebbe contribuire a evitare che l’ex terrorista decida di parlare. “Crediamo che questo sia un ulteriore tentativo di far sentire Gilberto Cavallini non abbandonato. Di cose Cavallini ne avrebbe da dire, in questo momento è in isolamento, forse farlo sentire non abbandonato aiuta a fare in modo che non parli. La verità è che in quella ecatombe, in quel massacro che c’era sotto le macerie, le condizioni di molti corpi umani erano terribilmente gravi, c’erano state mutilazioni su tanti corpi”. Nelle macerie e tra la polvere della sala d’aspetto di seconda classe restarono i resti, appunto, di 85 persone e furono soccorse oltre 200 persone.

Le parti civili contestano innanzitutto che gli accertamenti richiesti possano essere considerati una prova nuova. Il collegio di avvocati parte civile – Andrea Speranzoni, Alessandro Forti, Lisa Baravelli, Alessia Merluzzi, Giulia Tosti – sostiene che la diversa natura scientifica delle analisi, sostengono, non basta a renderle tali, perché si tratta di approfondimenti che avrebbero potuto essere svolti già durante il processo. Una richiesta identica volta a ottenere una consulenza integrativa sul Dna affidata allo stesso Emiliano Giardina, era stata presentata – come si legge nelle note depositate alla Corte – l’8 giugno 2023 nel giudizio d’appello. I legali ricordano la questione è stata ampiamente valutata e respinta dai giudici di merito e dalla Cassazione, con la sentenza n. 26 del 2025. L’istanza attuale sarebbe quindi una reiterazione di questioni già giudicate. Per la parte civile, inoltre, le analisi avrebbero un valore soltanto probabilistico e non consentirebbero un’identificazione certa. Proprio per questo, sostengono i legali, non sarebbero in grado di modificare in modo significativo il quadro probatorio e avrebbero un carattere meramente esplorativo.

Un altro punto riguarda la conservazione dei reperti. Le parti civili denunciano un’interruzione nella catena di custodia, con incertezze sui trasferimenti, sui luoghi di conservazione e sui soggetti che ne sarebbero stati responsabili. Una circostanza che, a loro giudizio, impedirebbe di stabilire con certezza se i materiali oggi disponibili corrispondano a quelli analizzati all’epoca dal professor Pappalardo. Da qui la contestazione sulla possibilità stessa di utilizzare nuovi risultati genetici. “Questa confusione di reperti induce la difesa a ritornare su un tema già trattato, vagliato, deciso nella fase di cognizione nel processo Cavallini e validato dalla Suprema Corte di Cassazione nel gennaio 2025”, ha dichiarato al termine dell’udienza Speranzoni.

La Corte dovrà ora decidere se autorizzare gli approfondimenti richiesti dalla difesa. Un eventuale via libera alle analisi non comporterebbe, di per sé, la riapertura del processo né una revisione della condanna definitiva all’ergastolo di Cavallini per concorso nella strage.

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